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Basilea 2, un rinvio opportuno

Il testo definitivo dell’Accordo si avrà solo a fine giugno 2004. Nel frattempo si approfondiscono alcune questioni come la modalità di trattamento delle perdite attese e inattese e il credito al consumo. Sono temi che stanno particolarmente a cuore alle aziende italiane. Per la quasi totalità si tratta infatti di piccole e medie imprese che temono la rarefazione del credito bancario. E Basilea 2 potrebbe così diventare un’occasione propizia per spingerle ad adottare strutture societarie e ad aprirsi al mercato mobiliare.

Una seria dimenticanza

Negli Stati Uniti torna l’associazione tra investimenti in tecnologie dell’informazione e crescita della produttività. In Italia, nonostante gli annunci sul sostegno alla digitalizzazione dell’economia, dalla tecno-Tremonti scompaiono gli incentivi alle imprese per l’installazione di nuove attrezzature informatiche. Aumenta così il divario che separa il nostro da altri paesi europei, più consapevoli che queste tecnologie sono strumenti di riorganizzazione industriale indispensabili per non perdere competitività.

Ma il problema è il Codice civile

A rendere necessario il decreto salva-calcio è un articolo del codice civile. Tutela i creditori imponendo la liquidazione o la ricapitalizzazione di una società sulla base di soli dati contabili. Garantisce pochi benefici, ma ha alti costi perché scoraggia l’attività imprenditoriale attraverso società di capitali. Oltre alle squadre di calcio penalizza molte piccole e medie imprese. E infatti una simile regola non esiste nella maggior parte dei paesi europei. Sarebbe perciò più opportuno abolirla del tutto dal nostro diritto societario.

Stadi vuoti, conti in rosso

Uniche responsabili dell’attuale crisi sono le società di calcio. Perché si sono affidate ad artifici contabili invece di affrontare il problema dei costi superiori ai ricavi. Dovuto non tanto agli stipendi dei calciatori quanto agli ammortamenti. Ma la vera questione è che in Italia gli introiti derivano soprattutto dai diritti televisivi, lasciando del tutto in secondo piano la vendita dei biglietti per le partite. Lo dimostra il confronto con i bilanci delle squadre straniere.

Salva-calcio: una bocciatura annunciata

La Commissione europea ha bocciato il decreto salva-calcio. Riproduciamo qui gli interventi di Giuseppe Pisauro all’atto dell’introduzione del provvedimento. Mettevamo in luce come le agevolazioni abbiano un effetto distorsivo sul mercato perché offuscano la rappresentazione che il bilancio dà della situazione economica delle società calcistiche e consentono una riduzione delle imposte da pagare in futuro.

Il Superbonus è vantaggioso?

Uno studio condotto dal gruppo di monitoraggio del ministero del welfare conferma che il Superbonus è una “ciofeca” (nel linguaggio dei sindacalisti presenti al confronto sulla riforma previdenziale). La voce.info aveva già documentato tutto questo due mesi fa in un contributo di Sandro Gronchi che riproponiamo ai lettori.

Riforma delle pensioni e mercato del lavoro.

In risposta ad una lettera di Luca Paolazzi, Pietro Garibaldi torna a discutere l’impatto della riforma previdenziale sulla domanda di lavoro.
La decisione di andare in pensione rientra nella sfera delle scelte individuali. Ma un nuovo sistema previdenziale che alza l’età del pensionamento influenza il mercato del lavoro. Con due sole possibili alternative: un abbassamento delle retribuzioni lungo tutto l’arco della vita lavorativa. Oppure, se i salari sono rigidi, una diminuzione della domanda di lavoro. La terza alternativa, un aumento della produttività dei lavoratori più anziani, appare poco plausibile.

Informare nel riformare

Manca informazione sugli effetti che la riforma previdenziale avrà sui redditi futuri degli italiani. E l’incertezza non fa bene nè al dialogo, nè ai consumi. La tabella qui proposta calcola la pensione attesa per alcune tipologie rappresentative di lavoratori. Se ne ricava che la riforma Tremonti colpisce in particolare le classi dal 1951 al 1956, che vincola molto le fasce di età successive, ma con riduzioni relativamente modeste delle prestazioni e dunque con una riduzione contenuta della spesa pensionistica dal 2013.

Padri e figli, non c’è scontro sul lavoro

Più lavoro per gli anziani uguale meno lavoro per i giovani? Un vecchio luogo comune della vulgata economico-sindacale torna a far capolino nel dibattito sulla proposta di riforma della previdenza avanzata dal Governo Berlusconi. Cosa afferma questo luogo comune? Che il prolungamento della vita lavorativa delle persone più anziane impedisce l’accesso all’occupazione ai più giovani, perché non libera posti di lavoro. In altre parole i padri tolgono lavoro ai figli. Da questa convinzione discende la ricetta delle pensioni di anzianità come strumento di creazione di occupazione giovanile.
Ciò sarebbe vero se il numero di posti di lavoro fosse fisso e immutabile nel tempo. Quasi fosse una stanza tanto stipata di persone che per farne entrare un’altra occorrerebbe che qualcuna uscisse. (Il che può accadere per alcune categorie professionali altamente protette). Questa visione ha il fascino discreto della semplicità e a ciò deve la sua popolarità.
Quanto tale visione sia però errata lo dimostra il confronto internazionale: l’occupazione tra gli anziani è maggiore negli stessi Paesi in cui c’è minore disoccupazione giovanile (vedere grafico). Ciò perché in realtà non vi è nessuna legge di natura che predetermina un numero costante di posti di lavoro. In un sistema economico esistono invece condizioni di domanda e offerta. Condizioni che cambiano, aumentando o diminuendo l’occupabilità delle persone. E l’aspetto dinamico è quello più difficile da inglobare nelle analisi. Ma è l’aspetto più rilevante, perché non solo varia la dimensione dell’occupazione ma anche e soprattutto la sua composizione tra settori produttivi, tra imprese e, all’interno di una stessa impresa, tra figure professionali. Perciò è ben difficile, e comunque rappresenta un caso particolare, che al pensionamento di una persona corrisponda l’assunzione di un’altra.
Proprio a questo caso particolare, che può essere anche importante per una singola impresa, pare si riferisca una critica, elaborata da Pietro Garibaldi su staging.lavoce.info e ripresa da Tito Boeri su Il Sole 24 Ore, al nuovo progetto di riforma previdenziale. Sostenendo che “l’aumento della vita lavorativa determina un aumento del costo del lavoro” (per unità di prodotto, aggiungiamo) e dunque riduce la domanda di lavoro, a scapito dei giovani, essendo gli anziani “bloccati” nel lavoro dal progetto di riforma previdenziale o da qualunque intervento determini l’allungamento della vita lavorativa.
Questa critica sollecita due osservazioni. Prima osservazione. Delle due l’una: se si ritiene che le misure proposte di incentivazione al rinvio del ritiro dal lavoro siano efficaci allora porteranno a un risparmio nella spesa previdenziale, e ciò implica una riduzione del costo del lavoro via abbassamento delle aliquote fiscal-contributive (o un loro mancato aumento). Se invece si ritiene che non saranno efficaci (e vi è più di una ragione per pensarlo) allora non ci sarà “ingabbiamento” di persone anziane nell’occupazione. In ogni caso quel che rileva è il costo del lavoro e ogni riforma che, abbassando la spesa, riduca la pressione fiscal-contributiva accresce l’occupabilità delle persone di ogni generazione.
Seconda osservazione. Se anche i meccanismi di spiazzamento descritti da Boeri-Garibaldi funzionassero, e non c’è da dubitare che in alcuni casi funzionino (ma l’evidenza aneddotica evidenzia anche casi contrari: la produttività di alcune figure professionali è più alta negli ultimi anni di vita lavorativa e le imprese si lamentano di perdere per pensionamento d’anzianità lavoratori preziosi), credo che per contrastarlo occorrerebbe usare strumenti diversi dal sistema previdenziale (che incide sulla sfera della libertà personale nel suddividere la vita in tempo di lavoro e in tempo libero). Per esempio, facendo ricorso a una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, alla formazione e riqualificazione, al sostegno integrativo delle retribuzioni.
Non mi pare invece molto formativo, nella già scarsa cultura economica italiana, risvegliare antichi luoghi comuni in un paese che negli ultimi anni ha imparato finalmente che si possono aumentare assieme l’occupazione degli anziani e l’occupazione dei giovani.

Calamità naturali “assicurate”

E’ iniziato alla Camera l’iter del decretone di collegamento alla Legge Finanziaria. Si discute anche dell’introduzione dell’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali. Riproponiamo ai lettori un‘intervista a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, che ne spiega i dettagli.

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