In allegato la presentazione tenutasi, il 4 luglio 2011, al convegno a porte chiuse per i sostenitori de staging.lavoce.info
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Ringrazio Andrea Torricelli che, nel sostenere una tassa che colpisca anche l’ingombro dell’auto, ricorda che un veicolo largo fa saltare lo standard urbanistico del posto auto tipico. I casi in cui un largo Suv rende inutilizzabile il posto auto contiguo fanno effettivamente parte dell’esperienza quotidiana. Analogamente ringrazio Paolo Manasse che ricorda come sia dimostrata la molta maggiore pericolosità dei veicoli pesanti in caso d’incidente. La proposta degli autori che egli cita, che invocano una tassa basata su peso e chilometraggio, presenta già applicazione nei pedaggi autostradali. A generalizzarla, tuttavia, sorgono difficoltà applicative (rischia di essere una norma "criminogena", inducendo a manipolare il chilometraggio nel momento in cui questo diventasse ex post una parte dell’imponibile fiscale). Meglio quindi accontentarsi della proxy da me proposta che aggiunge all’accisa sulla benzina una tassa fissa annua correlata anche al peso. Non codivido, invece, le tesi di chi (Bruno e Paolo) auspica l’abolizione del bollo auto, compensata sotto il profilo del gettito dall’aumento dell’accisa, con forti risparmi nei costi di esazione e controllo. Rispetto all’obiettivo della semplificazione che le ispira, ritengo prevalente lo stimolo alla riduzione dei costi esterni.
Più problematico il tema della vetustà sollevato nei commenti di Fradetti e Paolo. L’età dell’auto ne fa indubbiamente diminuire il valore e quindi richiederebbe una riduzione della componente fiscale legata alla capacità contributiva, ossia al valore stesso o alla potenza come sua proxy, con la benefica conseguenza di ridurre la frequenza del rinnovo e le spese di rottamazione. E la tesi risulta ancora più convincente per chi ritiene, come nel commento di Progitto, che il tempo non faccia diminuire il livello di protezione contro l’inquinamento quale risulta certificato all’inizio e confermato nelle revisioni periodiche. La mia proposta, che non considera il tempo, ipotizzava una quasi compensazione tra i due aspetti del tempo stesso – caduta di valore e aumento di potere inquinante e pericolosità – e apprezzava la semplificazione connessa con il tener conto solo delle caratteristiche costruttive. Benvenuti comunque approfondimenti che consentano di essere più precisi nella definizione dell’imponibile, senza dimenticare, peraltro, che nell’imposizione di massa il meglio può essere nemico del bene.
In allegato la presentazione tenutasi, il 4 luglio 2011, al convegno a porte chiuse per i sostenitori de staging.lavoce.info


Il grafico mostra il gettito derivante dall’aumento dell’imposta di bollo sui conti titoli, portata a 120 euro per i depositi sotto i 50 mila euro ed a 380 euro sopra i 50 mila.
Nel 2011 e nel 2012 sosterrà da sola quasi l’intero onere della manovra e nel 2013 vi contribuirà per oltre un sesto raccogliendo la cifra record di oltre 3,6 miliardi. Si tratta di una vera e propria tassa patrimoniale sulla ricchezza mobiliare.
Secondo l’Abi il numero di conti correnti è circa 40 milioni e il 26 per cento dei correntisti, secondo l’Eurisko, ha un conto titoli.
Il problema di divergenze sistematiche tra andamento della produzione industriale e quello del fatturato del medesimo settore, opportunamente depurato dell’effetto della dinamica dei prezzi (cioè deflazionato), si pone da ormai qualche anno e, in particolare, da quando l’Istat ha completato la copertura degli indici dei prezzi alla produzione, includendo anche quelli relativi al mercato estero. Questa disponibilità di più informazioni e punti di vista sul medesimo fenomeno ha arricchito l’informazione, ma ha esposto l’Istituto alle critiche da parte di chi preferirebbe un quadro univoco, del tipo di quello che sembra prevalere (ma la lettura superficiale inganna) nel panorama tedesco.
UN CONFRONTO EUROPEO
Va messo subito in chiaro che la situazione italiana non è atipica, ma simile a quella di altri importanti paesi europei in cui i due indicatori sono misurati in maniera indipendente, come dimostra il seguente esercizio sui dati aggregati del fatturato del settore manifatturiero, deflazionato con gli indici dei prezzi alla produzione totali, per i quattro maggiori paesi europei e per l’aggregato dell’area euro (Uem). (1)

Tra i quattro paesi, quello con la maggiore coerenza è la Germania, dove i due indicatori sono calcolati sulla base di una stessa indagine. Ciò che colpisce è, semmai, che anche utilizzando un metodo così internamente coerente le divergenze non si evitano: nel 2010 la crescita annua della produzione supera quella del fatturato deflazionato di oltre un punto percentuale e, nel confronto tendenziale relativo ai primi quattro mesi del 2011, il divario si amplia a circa 2,5 punti percentuali. Il fatto che il differenziale sia a favore della produzione industriale non rassicura, in quanto conferma una tendenza comune a tutto il periodo: in questo paese, cioè, la produzione fornisce sempre un segnale più favorevole (distorto verso lalto?).
Nel caso della Spagna le differenze sono ampie ma non sistematiche, alternandosi spesso di segno; riguardo al periodo recente risalta il fatto che la ripresa del 2010 sia quantificata in maniera molto diversa dai due indicatori: +2,1 per cento il fatturato deflazionato, +0,6 per cento la produzione.
Infine, la situazione francese e quella del nostro paese sono per molti versi simili: il fatturato mostra una performance sistematicamente migliore e in alcuni anni il divario è molto ampio; in assoluto, le differenze sono significativamente maggiori per la Francia, con un massimo di quasi 7 punti percentuali nel 2009 (anno che segna il massimo anche per lItalia con 4,6 punti).
Per larea Uem si ripete il consueto (per gli statistici) miracolo dellaggregazione: sommando paesi con differenze tra i due indicatori di ampiezze difformi e segni opposti, si giunge a un segnale complessivo che in termini di media annua è molto coerente.
IL CASO ITALIANO
Sgomberato il campo dalla tesi della anomalia italiana, è comunque necessario capire meglio se ci sia un problema e come affrontarlo. Per verificarlo è necessario operare un confronto il più accurato possibile: per questo la deflazione del fatturato va operata al livello di massima disaggregazione (3 cifre della Ateco, disponibili a tutti gli utilizzatori) ed escludendo le componenti (circa il 10 per cento) per le quali non esiste una sovrapposizione nei due indici. (2) Lesercizio conferma la crescita più rapida del fatturato (figura 1), anche se fino al 2008 le differenze nei tassi di variazione sono piuttosto contenute (0,7 decimi di punto nel 2007, 0,9 nel 2008). Nel 2009, invece, limpatto della crisi viene misurato in maniera diversa: in media danno la produzione cala del 19 per cento mentre il fatturato reale del 15 per cento. Sebbene ciò non metta in alcun modo in dubbio lampiezza della recessione, la differenza è significativa ed è probabilmente da attribuire a due fattori: un marcato calo ciclico delle scorte e il fatto che alcune componenti del fatturato (quelle più connesse alle attività terziarie incorporate nel settore industriale) ne hanno attenuato la caduta. Per converso, nella prima fase della ripresa, misurata dalla variazione media del 2010, produzione e fatturato reale segnano crescite assolutamente allineate (6,9 per cento per entrambi). La forbice si riapre nella parte finale del 2010, portando a un marcato divario. In tale fase la differenza tra i due indicatori è spiegabile in parte dal ciclo delle scorte, che, riducendosi, avrebbero alimentato la crescita maggiore del fatturato rispetto alla produzione.
QUALCHE CONCLUSIONE
Come abbiamo visto la divergenza tra i due indicatori esiste (in Italia come in altri paesi), ma è tornata significativa solo nei dati più recenti (ultimi 6-8 mesi). Se questa differenza sarà circoscritta nel tempo, con un effetto analogo a quello di altri episodi specifici che si individuano sia negli indicatori italiani, sia in quelli degli altri paesi (ad esempio, la differenza di segno opposto, registrata nei dati tedeschi dellultimo anno) resteremmo nella fisiologia del confronto tra strumenti di misurazione differenti. Se invece persistesse una dinamica differenziale si aprirebbe un problema più serio ed è per questo che lIstat sta, preventivamente, approfondendo lanalisi a livello settoriale fine e a livello di dati di impresa.
Ad esempio, lIstat sa bene che unrinnovo annuale del campione di prodotti e imprese (innovazione recentemente apportata per gli indici dei prezzi industriali) potrebbe aiutare a superare alcune rigidità dei

metodi basati su basi fisse quinquennali, quale quello applicato alla produzione industriale, ma prima di cambiare metodologia occorre esplorare con attenzione tutti i pro e i contro di una tale soluzione, coscienti che gli utilizzatori sarebbero i primi a criticare qualsiasi discontinuità non pienamente motivata e verificata. Daltra parte, se è vero che lindice di produzione può risentire di uneccessiva rigidità dovuta alla definizione quinquennale del campione di prodotti da seguire, va considerato che il fatturato tende ad incorporare componenti di attività di servizio, e in particolare di attività commerciali, che non possono (correttamente) essere riflesse nella produzione industriale. Daltra parte, nel caso di imprese multinazionali italiane, il fatturato può risentire di vendite contabilizzate dalla casa madre collocata in Italia per produzioni realizzate allestero: data lespansione dellattività delle multinazionali italiane documentata dalle rilevazioni dellIstat questo fenomeno potrebbe contribuire a spiegare una divergenza sistematica e crescente nel periodo più recente tra i due indicatori, inducendo a privilegiare, per lanalisi congiunturale dellindustria, lindicatore della produzione e non quello del fatturato.
In conclusione, la molteplicità dellinformazione determina certamente minore coerenza immediata ma arricchisce il quadro e, tramite lintegrazione, conduce a una misurazione più completa. In questa ottica, la produzione industriale e il fatturato deflazionato debbono essere considerate delle proxy dellevoluzione dellattività produttiva che vanno poi integrate dalle statistiche strutturali per trovare, infine, coerenza nei conti nazionali. Ad esempio, dallanalisi integrata di tutti questi indicatori emergono fenomeni di spiazzamento della produzione nazionale sul mercato interno: in altri termini, come documentato nel Rapporto annuale (pag. 22-23), proprio i settori nei quali la produzione industriale è ancora oggi su livelli prossimi a quelli, minimi, del 2009, hanno visto un fortissimo aumento delle importazioni. Sembra quindi utile non solo cercare spiegazioni statistiche alla scarsa performance dellindustria manifatturiera, ma approfondirne anche le motivazioni economiche, magari per identificare politiche industriali più adeguate ai casi dove le imprese italiane incontrano maggiori difficoltà.
(1) Operare la deflazione a livello del totale invece che a livello disaggregato costituisce ovviamente unapprossimazione, ma il confronto con il secondo metodo, presentato più avanti per i dati italiani, indica che i risultati sono molto vicini.
(2) Più precisamente, sono comprese nellindagine del fatturato, ma non in quella sulla produzione industriale, le classi: 051, 061, 082, 089, 091, 142, 182, 237, 266, 267 e 304. Viceversa, fanno parte del campo di osservazione dellindice della produzione industriale, ma non del fatturato, le classi 351 e 352.
L’INTERPRETAZIONE DEL GAP
Ringrazio Gian Paolo Oneto per il commento che arricchisce la discussione fornendo una più precisa evidenza dello iato produzione/fatturato (con un confronto omogeneo) e informando che all’Istat si è all’erta sulla questione e che si considera la possibilità, se il differenziale col fatturato reale non dovesse rientrare, del rinnovo annuale, anziché quinquennale, del campione della produzione industriale (come già fatto per i prezzi alla produzione). Segnalo che questo problema è stato affrontato anche nel recente Rapporto del Centro Studi Confindustria (Scenari economici, giugno 2011).
Nel mio articolo non ho intenti critici, ma cerco di sfruttare a fini interpretativi il gap apertosi tra le due variabili per ricavare indicazioni su fenomeni di grande interesse, ma difficili da osservare: le modifiche di composizione di prodotti/imprese indotte, tra operatori eterogenei, dalle spinte selettive della recessione. Da questo punto di vista, il fatto di avere due indicatori diversi, come in Italia, fornisce maggiori possibilità di lettura della distruzione creativa rispetto al caso tedesco in cui si hanno due indicatori simili. Proprio per tale motivo, se lIstat dovesse passare a un indice di produzione a base mobile sarebbe da suggerire di conservare comunque quello a base fissa.
Due considerazioni su altrettanti rilievi avanzati da Oneto. La prima riguarda lesclusione che si fa nel suo commento di andamenti atipici italiani rispetto a quelli europei, anche a prescindere dal caso tedesco. Osservando le dinamiche congiunturali nella fase di ripresa, su cui si focalizza lattenzione del mio articolo, mi sembra che vi sia invece una disomogeneità (v. figure 1-4).

La seconda attiene allinterpretazione. Nellarticolo attribuisco la causa del divario a mutamenti del mix. Se così fosse cè da attendersi che quando si aggiornerà la struttura di pesi/imprese/prodotti dallanno 2005 al 2010 la produzione tornerà ad avvicinarsi al fatturato. Ne conseguirebbe un maggiore allineamento del ciclo industriale dellItalia agli andamenti europei. Il che, tra laltro, significa: nulla di miracoloso, solo normalità. Nel commento questa interpretazione viene ritenuta poco probabile e declassata al rango di spiegazione statistica, mentre si richiama linfluenza di altri fattori: terziarizzazione, ruolo delle multinazionali, spiazzamento a opera dellimport. Questi fenomeni sono tutti rilevanti, ma non mi convincono. Erano peraltro nella lista dei sospetti anche in occasione della precedente esperienza (2005-2008) di apertura del gap tra le due variabili, poi sostanzialmente eliminato dal semplice cambio di base della produzione. Ma stiamo alloggi. La terziarizzazione della manifattura è un fenomeno importante da tenere docchio (come ricordato da Fabiano Schivardi al recente convegno annuale de staging.lavoce.info ed è certamente causa di differenze tra produzione e fatturato, ma non mi pare che si abbiano evidenze di una sua intensificazione nellultimo periodo tale da dare luogo al divario osservato; se così fosse dovremmo peraltro rallegrarcene, visto che la differenziazione di prodotto, cui porta la terziarizzazione, è la strada per il successo competitivo a disposizione delle imprese italiane. Analogamente, si è bensì verificata una crescita delle attività dei gruppi multinazionali italiani nel 2010, ma è stato un fenomeno comunque limitato nel panorama delle imprese industriali nazionali (ha riguardato il 38 per cento delle multinazionali che a loro volta sono il 16 per cento delle imprese residenti e coprono il 15 per cento del fatturato). Infine, lo spiazzamento a opera di prodotti importati dovrebbe avere influito ugualmente su produzione e fatturato, a meno che non si sia trattato di un aumento di acquisti dallestero di beni poi rivenduti senza subire alcuna trasformazione, ma anche per tale fenomeno non mi sembra vi siano chiare evidenze nei dati disponibili. Per questi motivi propendo per la tesi del rimescolamento produttivo causato dalla recessione (forse più intenso in Italia rispetto a quanto si è verificato in Francia e Spagna, visti gli andamenti dei due indicatori congiunturali).
Lavevano detto, lavevano giurato, anche a Pontida: non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani! Così è stato. Nelle tasche degli italiani le mani no, ma nel portafoglio si: più precisamente nel portafoglio titoli. Forse quella promessa nelle tasche mai nascondeva un trucco: la potevano fare perché lavrebbero mantenuta e lavrebbero mantenuta perché nelle tasche degli italiani eccezion fatta per il portachiavi, laccendisigari e un fazzoletto di carta e qualche spicciolo non cè niente di attraente. Oggi possono sostenere di non aver mai parlato di portafogli, solo di tasche e quindi di essere stati, come si conviene a un buon politico, di parola. E il mantenimento della parola e la coerenza in politica pagano sempre.
Un accordo positivo che limita ma non elimina i problemi: è questa la sintesi che si può trarre dall’accordo interconfederale del 28 giugno 2011.
L’ARTICOLO 39 DELLA COSTITUZIONE
Positivoinnanzitutto perché segna, se non un ritorno all’unità d’azione delle tre maggiori centrali sindacali, quantomeno un arresto del conflitto semi-permanente iniziato nel 2009 con la firma separata da parte di Cisl e Uil, con la Confindustria, degli accordi sulla riforma degli assetti contrattuali.
Non si può dire, tuttavia, che elimini tutte le questioni aperte del sistema di relazioni industriali italiano: da questo punto di vista, l’Accordo sembra porsi in marcata continuità con tale sistema.
Basti pensare che le parti sociali hanno limitato la richiesta di intervento legislativo rivolto al Governo alla sola incentivazione fiscale e contributiva della contrattazione di secondo livello. Si evita, non a caso, di chiedere il recepimento legislativo del contenuto dell’Accordo, perpetuando quindi quel sistema sindacale di fatto sviluppatosi dall’inizio del secondo dopoguerra in seguito alla storica inattuazione della seconda parte dell’articolo 39 della Costituzione.
È proprio questa seconda parte mai modificata né abrogata, come ci ricorda Pietro Ichino che impedisce l’introduzione di meccanismi legislativi che estendano erga omnes l’efficacia soggettiva dei contratti collettivi senza attenersi a quanto da essa prescritto, circostanza, questa, che si riflette anche sulla contrattazione aziendale oggetto principale dell’Accordo.
È vero, infatti, che gli ultimi commi dell’articolo 39 non si occupano dei contratti aziendali, riferendosi al concetto sovra-aziendale di categoria. Ma è anche vero che uno dei corollari della libertà di organizzazione sindacale sancita dal primo comma di quell’articolo che opera anche in assenza di una specifica attuazione legislativa è quella di impedire, in linea di principio, la automatica vincolatività di un contratto collettivo nei confronti di chi non è iscritto al sindacato che lo ha stipulato.
È questo il limite dell’Accordo: per quanto le parti sociali abbiano stabilito dei meccanismi attraverso i quali l’efficacia del contratto aziendale dovrebbe estendersi a tutta la forza lavoro, i lavoratori non iscritti ad alcun sindacato o iscritti a sindacati diversi da quelli che hanno firmato l’Accordo non possono considerarsi automaticamente vincolati da questo e, quindi, neanche dalla contrattazione aziendale stipulata in attuazione dello stesso.
Né questi problemi possono superarsi sulla base dei meccanismi previsti dai punti 4 e 5 dell’Accordo: il principio maggioritario previsto per la decisione delle Rsu si scontra con un vulnus di democraticità originario di tale organo, eletto a suffragio universale per i due terzi e composto per il restante terzo da membri nominati dai sindacati che hanno stipulato il contratto collettivo nazionale di lavoro.
Quanto al referendum previsto in presenza di Rsa (organismi nominati dai sindacati), può ritenersi forse che il risultato elettorale vincoli chi lo promuova o chi vi partecipi (oltre agli iscritti a Cgil, Cisl e Uil, vincolati sulla base dell’Accordo): altrettanto non può dirsi per coloro i quali non partecipino al voto, magari proprio perché dissenzienti rispetto all’Accordo.
Svolte queste osservazioni, nondimeno l’Accordo può essere valutato favorevolmente: il sistema di relazioni industriali italiano ha dato prova negli anni di poter fare i conti con un dissenso che se pur organizzato rimane, al di fuori dei tre maggiori sindacati, largamente minoritario, né va sottovalutato che la giurisprudenza si esprime tradizionalmente pur, a volte, in maniera surrettizia a favore della efficacia generalizzata dei contratti collettivi aziendali. Quel che invece è molto più difficile da assorbire come si è dimostrato nel corso di questi ultimi due anni è il dissenso di una delle tre storiche confederazioni: al di là delle considerazioni strettamente giuridiche, i loro numeri e la loro rappresentatività anche al di là dei propri iscritti sono tali da rendere alla lunga insostenibile, sui luoghi di lavoro, una situazione di conflitto con una di esse.
Il ritorno della Cgil allinterno del sistema è quindi centrale per il funzionamento dell’apparato produttivo italiano, anche se come già osservato non tutti i nodi vengono sciolti: il dissenso manifestato dalla Fiom all’Accordo e il fatto che lo stesso non operi retroattivamente mantengono aperta la battaglia processuale, combattuta con alterne vicende, che da un paio di mesi si sta svolgendo in merito al contratto nazionale dei metalmeccanici siglato nel 2009 dalle sole Cisl e Uil, in attuazione degli accordi separati del 2009. Non è neanche chiaro che cosa succederà di quegli accordi e del sistema di assetti contrattuali da loro introdotto: l’Accordo non ne parla anche se i suoi contenuti si sovrappongono parzialmente a quelli degli accordi separati.
IL CASO FIAT
Altro problema aperto è il caso Fiat: come osserva Pietro Ichino, l’Accordo non è utilizzabile per risolvere la controversia in corso e non è affatto detto che esso soddisfi la casa di Torino: esso conferma la centralità del contratto collettivo nazionale ribadendo che la contrattazione aziendale si svolga soltanto sulle materie da esso demandate e riafferma la titolarità individuale del diritto di sciopero. Le clausole di tregua sindacale, difatti, saranno vincolanti per i soli sindacati e non per i singoli lavoratori.
Nonostante le critiche di marchionnismo mosse da sinistra all’Accordo, questi due punti in particolare potrebbero andare di traverso a Sergio Marchionne, rendendo il rientro di Fiat in Confindustria niente affatto scontato: come dimostra la lettera che lo stesso Marchionne ha inviato il 30 di giugno a Confindustria.
In estrema sintesi sono questi i problemi irrisolti lasciati dall’Accordo, la cui portata, nelle intenzioni, generale sarà probabilmente come spesso è accaduto in passato verificata nelle aule dei tribunali del lavoro.
Va tuttavia osservato che al di là delle accuse di scarsa democraticità rivolte in queste ore all’Accordo, esso sembra presentare gli anticorpi necessari a resistere a un simile attacco rivolto in sede giudiziaria. La conferma della possibilità per i singoli lavoratori di scioperare, se necessario anche contro i contratti collettivi aziendali e i meccanismi di estensione generalizzata degli stessi, lascia nelle mani dei soggetti dissenzienti l’arma principale del conflitto sindacale: nessun datore di lavoro firmerà un contratto aziendale se il conflitto esercitato da una parte dei propri lavoratori è tale da impedire il regolare funzionamento dell’impresa.
E, sempre in termini di democraticità, gli ultimi due paragrafi dell’Accordo prevedono che le tre storiche confederazioni e le loro organizzazioni di categoria predispongano strumenti di coinvolgimento di tutti i lavoratori, anche non iscritti ad alcun sindacato, nella redazione delle piattaforme contrattuali e nell’approvazione delle ipotesi di accordo, anche per quanto riguarda i contratti collettivi aziendali, potendo prevedere anche momenti di verifica per l’approvazione degli accordi mediante il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori in caso di rilevanti divergenze tra i sindacati.
Si tratterà di verificare come questi strumenti verranno posti in essere ma, qualora si prevedesse la necessaria sottoposizione delle piattaforme contrattuali e degli accordi a referendum, l’attacco motivato sulla base della scarsa democraticità del sistema sarebbe davvero un’arma spuntata.
Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno approvato di recente la direttiva sull’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera. La norma apre le porte a una maggiore integrazione dei sistemi sanitari europei. E nel medio-lungo periodo potrebbe favorire lo sviluppo di un turismo sanitario europeo, soprattutto nelle zone di confine, con conseguenze sia per la spesa sanitaria pubblica sia per l’organizzazione dei servizi. Rappresenta dunque un’opportunità per i paesi che possono offrire gli standard sanitari migliori.
Tra gli interessanti commenti dei lettori scegliamo di rispondere a quelli che ci permettono di fare un passo avanti nella nostra riflessione sui temi della politica economica europea e della gestione delle crisi in ununione monetaria.
Rino scrive che il lavoratore tedesco avrà pur il diritto di non volere pagare le tasse per gli altri. Ecco, è proprio questo proclamato diritto uno dei motivi per cui gli interventi europei per il salvataggio della Grecia sono stati incerti, ritardati, insufficienti e assurdamente costosi sia per il salvato che per i salvatori. Senza dire poi che salvando la Grecia si salvano anche le banche tedesche e (soprattutto) francesi, i cui portafogli sono da anni ampiamente gravati da titoli del debito pubblico greco.
Ma cè di più: legoismo fiscale nazionale è la principale mina per la stabilità dellunione monetaria europea. Come ci ha ricordato da ultimo il premio Nobel Amartya Sen (Repubblica del 3 luglio 2011), gli stati che fanno parte di ununione monetaria senza politica fiscale federale sono sempre sotto la spada di Damocle dei mercati. Anzi, lo sono molto di più di quanto lo siano paesi che abbiano la facoltà di manovrare il tasso di cambio e, quindi, di svalutare il proprio debito pubblico e il proprio debito estero (denominato in valuta nazionale), riducendo il costo del default: si veda come diversamente vanno le cose in Spagna e in Gran Bretagna, nonostante che il rapporto tra debito pubblico e Pil britannico (89%) sia più alto di quello spagnolo (72%) (De Grauwe, 2011). Solo una politica fiscale federale, in ununione monetaria, può realisticamente correggere temporanei squilibri prima che si trasformino in crisi debitorie conclamate e difficilmente gestibili.
Ma una politica fiscale federale, ovviamente, richiede una vera Europa politica, perché giustamente vari lettori osservano che non è possibile affidare tutta la politica economica ad organismi tecnici, privi di rappresentanza e di responsabilità di fronte agli elettori. Crediamo però che gli elettori debbano essere quelli europei e non quelli nazionali (tedeschi, francesi, olandesi, italiani, ecc.). Una vera federazione Europea potrebbe prevedere una consistente cessione di sovranità dai singoli stati alla federazione e quindi permetterebbe la messa a punto di strumenti di monitoraggio e di punizione dei comportamenti devianti dei vari paesi molto più efficaci di quelli attuali, anche dopo lentrata in vigore del nuovo Patto di stabilità e crescita. In breve, la permanenza e la stabilità dellunione monetaria richiede il definitivo superamento dell Europa delle patrie, tanto cara a Charles De Gaulle, e lapprodo agli Stati Uniti dEuropa di Altiero Spinelli.
La proposta di affidare la governance dellEfsf e del futuro Esm a un organismo tecnico europeo, va nella direzione di costituire un embrione di politica fiscale federale, sottratta ai veti dei singoli stati. È chiaro che gli interventi di salvataggio non esauriscono la politica fiscale federale e, anzi, ne rappresentano solo il lato emergenziale, da ultima o penultima spiaggia. Ma oggi cè solo questo e da qui si deve cominciare.
Il fatto che lorganismo di governance dellEfsf e del futuro Esm non debba richiedere lautorizzazione unanime degli stati per ogni singolo atto di intervento non significa, però, che non possa avere direttive politiche e che non debba rispondere a nessuno del suo operato. Ma le direttive dovrebbero venire dal Parlamento Europeo e a designare i componenti del board di questo organismo dovrebbe ancora essere il Parlamento Europeo e non gli stati membri (come suggerisce Giovanni nel suo commento). Per evitare che parlamentari di paesi non aderenti alleuro e non facenti parte dellEfsf o dellEsm contribuiscano a scelte che non li riguardano, si potrebbe prevedere che essi non possano partecipare alla valutazione su tali scelte. Naturalmente, questa è soltanto una delle possibili idee, per di più pensata da chi non ha competenze costituzionali adeguate. Altre idee sono benvenute, purché sia chiaro che lobiettivo è avviare fin da subito la costruzione di una nuova sovranità europea, anche per salvare lunione monetaria.
De Grauwe P. (2011) «The governance of a fragile Eurozone», mimeo, University of Leuven