Eni si è difesa dalla maggior concorrenza dovuta alla liberalizzazione del mercato del gas mantenendo direttamente o indirettamente il controllo su tutta la filiera. Così, i prezzi finali restano elevati. E’ perciò necessario continuare con la politica di liberalizzazione, fino a una completa separazione proprietaria tra società che gestisce le infrastrutture e imprese che esercitano le attività di vendita di gas. Il passaggio a una vera e propria Borsa presuppone però una crescita della liquidità ottenibile solo con operazioni di gas release.
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La necessità delle grandi opere non sembra essere messa in discussione da nessuno. Ma le ricerche indipendenti dimostrano che i costi sono ben superiori ai benefici. E per coloro che dovrebbero utilizzarle, imprenditori e cittadini, non sono una priorità. Eppure quella del cemento è una tentazione a cui difficilmente i politici resistono perché assicura una visibilità immediata, mentre i problemi di efficienza sono nascosti o comunque rimandati nel tempo. Così anche lopposizione finisce per lanciarsi in pericoli “inseguimenti” dei piani governativi.
Il Governo Berlusconi era partito come governo liberalizzatore, volto ad alleggerire la presenza pubblica nelleconomia e a lasciare spazio agli investimenti privati. Ma lunica vera privatizzazione del triennio è la vendita dellEti, il monopolio tabacchi. Per il resto, solo cessioni di quote marginali o privatizzazioni allitaliana, ovvero con una presenza pubblica dominante in imprese nominalmente privatizzate da diversi anni. Una contraddizione ha paralizzato lazione di Tremonti: liberalizzare il sistema industriale, ma anche mantenerne il controllo.
Affidiamoci ai numeri per capire come il ministro lascia i conti pubblici. Tremonti si è trovato ad operare in condizioni cicliche ben peggiori dei suoi predecessori. Sulle entrate, il vero neo sono stati i condoni: delle altre una tantum, non ha fatto un uso molto più alto dei governi precedenti. Non cè stato alcuno sforzo di ridurre la spesa, ma questa non è neanche esplosa come alcuni sostengono: anzi, nel 2002 e 2003 la crescita della spesa primaria e dei consumi pubblici (inclusa la spesa per personale) in termini reali è stata più bassa che nel biennio precedente.
Misurata contro le aspettative, la gestione Tremonti può essere vista come una delusione. Ma misurata contro molti predecessori, è ben lungi dallessere stata un disastro. La spesa non è esplosa, anzi in termini reali essa è aumentata meno che nel periodo precedente, nonostante la situazione ciclica sfavorevole e anche escludendo le entrate una tantum contabilizzate in detrazione di spesa. E Tremonti ha ereditato un indebitamento netto già pericolosamente vicino alla soglia del 3 percento. Ma, a parte gli artifici contabili, il ministero dell Economia ha spesso proiettato un immagine di improvvisazione e, in alcuni casi, di incompetenza.
Il suo progetto di riforma fiscale è rimasto incompiuto non solo perché costosissimo, ma anche perché sono emersi gli importanti effetti redistributivi impliciti nel passaggio a unimposta sui redditi a due aliquote, 23 e 33 per cento. I tagli alle tasse legati alla Tremonti bis e al primo modulo di riforma Irpef non si sono autofinanziati perché non si sono trasformati in un sostegno alla domanda. Resta, però, la riduzione permanente del gettito. Mentre le conseguenze di scudo e condono fiscale sullattività di accertamento sono state e saranno molto gravi.
E’ stato il ministro delle una tantum e ha giocato dazzardo sperando in una ripresa del ciclo e in un allentamento dei vincoli europei. Ha perso e lascia i conti pubblici in una situazione preoccupante. Eppure, rischiamo di rimpiangere Giulio Tremonti. Di fronte a un prevedibile rialzo dei tassi, dovremmo ridurre la spesa primaria che ha ripreso a crescere. Invece per il prossimo ministro delle Finanze varranno le leggi del ciclo politico, che comportano un aumento del deficit pubblico di circa mezzo punto di Pil in occasione di ogni tornata elettorale.
Mentre le 35 ore sembrano destinate alla poubelle , tre economisti francesi, Olivier Blanchard, Jean Pisani-Ferry e Charles Wyplosz, discutono di ore lavorate e produttività. Secondo Blanchard, non cè ragione di essere troppo pessimisti guardando alla performance economica dellEuropa in rapporto agli Stati Uniti. Gli europei hanno preferito destinarne una parte allaumento del tempo libero e non a quello del reddito. Per Wyplosz, invece, lEuropa è malata di conservatorismo sociale che le impedisce di sfruttare il proprio capitale umano. Pisani-Ferry contesta la tesi secondo cui la diminuzione del tempo dedicato al lavoro sia sempre una libera scelta dei cittadini europei.
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Poche leggi sono entrate in vigore così rapidamente e con effetti così vasti e duraturi. O così prontamente accolte dal mercato. La carta prepagata Mediaset sul digitale terrestre, peraltro studiata nei laboratori della Rai, ne è un esempio. Intanto, la ripresa del mercato pubblicitario va a tutto vantaggio di televisione e radio, mentre la carta stampa continua a soffrire. Se lo stesso grado di attenzione e di compattezza politica dedicato alla legge sul riordino del sistema delle comunicazioni fosse stato riservato anche ad altri temi, alleconomia per esempio, forse lItalia sarebbe oggi in una situazione migliore.