Più responsabilità agli infermieri francesi. E agli italiani?

Una riforma della professione riconosce agli infermieri di Francia competenze e possibilità di prescrivere alcuni farmaci. Diversi paesi europei hanno già ampliato l’autonomia decisionale di questi professionisti. Si potrebbe farlo anche in Italia.

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La Francia ha adottato, nell’estate 2026, una riforma della professione infermieristica che ricalca modelli già consolidati altrove in Europa, per esempio nel Regno Unito, dove il nurse prescriber opera da oltre due decenni, e più di recente nei Paesi Bassi e in Finlandia. Non è dunque un caso isolato, ma l’ultimo tassello di una tendenza che riconosce progressivamente alla professione infermieristica un’autonomia decisionale storicamente riservata alla sola funzione medica.

La riforma offre un caso di studio utile perché arriva per via legislativa organica, non per accumulo di sperimentazioni locali, e perché consente un confronto diretto con l’Italia, dove i presupposti normativi per un’evoluzione analoga esistono da tempo senza aver mai trovato attuazione.

La riforma francese trova fondamento nella legge infermieristica approvata dall’Assemblée nationale nel giugno 2025, attuata da due decreti del 2026. Il primo formalizza competenze già esercitate nella prassi ma prive di riconoscimento giuridico: colloqui clinici autonomi, valutazione di fragilità e dolore, prelievi biologici, gestione del triage con responsabilità sulla tracciabilità del percorso di cura, oltre alla gestione autonoma di ferite complesse – piede diabetico, ferite oncologiche e croniche non cicatrizzanti – ambito finora riservato alla competenza medica. Il secondo decreto ridefinisce le deleghe verso gli operatori sociosanitari, per liberare tempo infermieristico verso le attività a maggiore complessità clinica.

L’elemento di maggiore rilevanza sistemica è però l’introduzione di una potestà prescrittiva autonoma, circoscritta a un elenco definito: dispositivi per la gestione delle ferite, alcuni analgesici di primo livello, la contraccezione d’emergenza, il noleggio di ausili per la mobilità. Una prerogativa limitata nell’estensione, ma dirimente sul piano concettuale: sposta la figura infermieristica dalla dimensione esecutiva a quella decisionale, riconoscendo per la prima volta un margine di giudizio clinico autonomo sanzionato dall’ordinamento.

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Le organizzazioni professionali francesi hanno accolto il provvedimento favorevolmente, rivendicando un adeguamento retributivo commisurato alle nuove responsabilità. Resta critico il Syndicat National des Infirmiers Anesthésistes, che teme un appiattimento delle specializzazioni già consolidate all’interno del modello unitario di pratica avanzata.

In Italia uno scarto tra norma e prassi

Il confronto con l’Italia mostra una discrepanza non nei principi, ma nei tempi e nell’effettività applicativa. Il profilo infermieristico resta ancorato al Dm 739/1994 e alla legge 43/2006, che già ha introdotto le competenze avanzate superando la logica del mansionario rigido. Sul piano teorico, dunque, lo spazio normativo per un’evoluzione come quella francese esiste da vent’anni, ma non ha mai trovato traduzione operativa. Anche l’infermiere di famiglia e di comunità, previsto dal Pnrr come snodo dell’assistenza territoriale, sconta carenza di personale e un finanziamento non strutturale, limitato all’orizzonte del Piano.

Nella professione, esistono due percorsi spesso confusi. I master e le specializzazioni cliniche restano privi di uno sbocco organizzativo riconosciuto: la competenza acquisita raramente si traduce in atti aziendali che ne formalizzino autonomia e inquadramento retributivo. Le specializzazioni manageriali, in particolare quelle di coordinamento, restano invece l’unico reale canale di carriera in un percorso altrimenti piatto, segno che, a differenza della Francia, in Italia la progressione professionale passa dal management, non dalla clinica.

La potestà prescrittiva resta assente anche dove la competenza clinica necessaria è già ampiamente presente nella pratica corrente, ad esempio nella gestione delle medicazioni avanzate o nel rinnovo di terapie croniche stabilizzate. Il ritardo italiano risulta ancora più evidente se letto dentro la traiettoria europea, che la Francia non ha inaugurato, ma solo proseguito.

Concorrono al ritardo fattori non solo normativi: la resistenza di parte della componente medica a cedere prerogative prescrittive, sostenuta da una rappresentanza parlamentare storicamente più efficace di quella infermieristica nel bloccare o rallentare le riforme; la frammentazione delle sperimentazioni su base regionale; l’assenza di un percorso legislativo unitario e capace di imporre un allineamento sistemico. A ciò si aggiunge una debolezza contrattuale della professione, che alimenta un fenomeno di mobilità verso sistemi sanitari esteri più attrattivi.

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Il rischio che corre il sistema sanitario

Il caso francese non è un unicum: è l’ultimo di una serie di riforme che, in diversi paesi europei, hanno progressivamente ampliato l’autonomia decisionale della professione infermieristica. Per l’Italia non si tratta di introdurre una funzione inedita, ma di colmare un’asimmetria storica tra la funzione prescrittiva, riservata alla sola componente medica, e una competenza clinica infermieristica che nella pratica quotidiana la eguaglia già in ampi ambiti. La questione aperta non è la sostenibilità clinica del cambiamento, ma la volontà politica e istituzionale di attuarlo. Se continua a mancare un intervento legislativo organico, il rischio più immediato non è l’inefficienza di sistema, ma l’insoddisfazione diffusa tra chi la professione la esercita già: un disallineamento tra la sofisticazione crescente della formazione e l’immobilità delle responsabilità concretamente esigibili, che può rendere la professione meno interessante agli occhi delle nuove generazioni, proprio nel momento in cui il sistema sanitario avrebbe più bisogno di attrarle.

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Nella gara dei sussidi i paesi piccoli perdono*

  1. La situazione cambia se si considera la normativa locale. In alcune regioni italiane i medici mantengono un controllo più stretto su queste prescrizioni.

  2. La glorificazione degli infermieri in medici scalzi serve a vendere farmaci, perché l’infermiere sa meno del medico e quindi è più ubbidiente ai protocolli. Per me questa spinta è un crimine e va cancellata, non seguita.

    • Alessandro Murru

      Il suo commento non meriterebbe nemmeno una risposta ma è di una ignoranza tale che non si può tacere. Laureato all’Università di Facebook, immagino.

  3. Ugo

    il problema riguarda tutte le professioni sanitarie.
    e nasce dal fatto che essendo i medici relativamente mal pagati rispetto ai colleghi all’estero, e soprattutto mal pagati lavorando all’interno del SSN, tanti di essi hanno trovato soddisfazione professionale aprendo uno studio privato con cui incrementare gli introiti (quando non dirottare i pazienti, pur essendo espressamente vietato dai contratti con le ASL).
    peraltro, l’attività privata indipendente in concomitanza con contratti pubblici è una possibilità che viene ancora negata alle professioni sanitarie.
    per ovvie ragioni di mercato e di possibilità pratiche questi medici con studi privati (spesso uninominali) non svolgono tutti attività di chirurgia complessa e pratiche di ricerca avanzata. piuttosto per un buon 80-90% dei casi offrono assistenza di base, esattamente quella che potrebbe essere coperta anche dalle professioni sanitarie.
    detta in parole semplici, siccome il SSN non paga a sufficienza e non possono tutti essere chirurghi di grido la maggior parte dei medici apre studi privati in cui si fa pagare come medico per fare attività che potrebbe essere fatta da professionisti sanitari.
    e si spiega dunque la resistenza da parte delle associazioni dei medici a permettere che il già saturo mercato venga minato dall’ingresso di professionisti che costringerebbe loro a occuparsi esclusivamente di pratiche strettamente mediche, cosa che ridurrebbe il numero dei pazienti oltre ad aumentare le loro responsabilità (perchè appunto toglierebbe tutta la larga fetta di pazienti con problematiche a bassa complessità e trattabili anche da laureati con una triennale).
    capiamoci, i medici hanno anche una lunga serie di competenze e possibilità legali esclusive (e giustamente esclusive) che forniscono ai loro pazienti presso i loro studi.
    ma è ovvio che giustificare la necessità della loro attività per tutti in forza delle competenze che forniscono solo ad una parte minoritaria degli assistiti è come trasformare ogni visita per un ginocchio dolorante in un’operazione chirurgica.

  4. Giovanni Fattore

    Proposta molto condivisibile. Si tratta di confezionarla bene e fare breccia nel “muro dei medici”, o forse meglio delle associazioni che li rappresentano. Un apertura di spazi prescrittivi per infermieri propriamente qualificati può essere nell’interesse dei medici stessi, che potrebbero dedicarsi di più ad attività più complesse. Come su tanti altri temi della sanità pubblica italiana, il tema non è cosa fare. Sappiamo che bisogna fare un upgrade della professione infermieristica. Il tema è come costruire un consenso sulla proposta, soprattutto in una situazione in cui i medici hanno un peso politico e mediatico straordinariamente superiore a quello degli infermieri. E dove alcone associazioni di rappresentanza sono più conservatrici dei medici che vorrebero rappresentare. Pensate che come ho scritto qui tempo fa nel sistema universitario italiano ci sono solo 11 ordinari di scienze infermieristiche e delle professioni sanitarie a fronte di 1000 ordinari nei settori di medicina.

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