Secondo il ministro Grilli, il 99 per cento dei contribuentiIrpef pagherà meno imposte grazie agli interventi del disegno di legge di stabilità. Ma i conti non tornano. Considerando anche l’aumento dell’Iva nel 2013, i più poveri ci rimettono, le fasce di reddito medie e medio-alte hanno un beneficio tra lo 0,2 e lo 0,3 per cento, per i più ricchi resta tutto come prima.
Hanno fatto bene le Olimpiadi all’economia britannica: +1 per cento del Pil nel trimestre. Cameron oggi se la ride, ma Monti era nel giusto a non volere Roma 2020. Questi eventi spingono il Pil quando il denaro pubblico è speso bene. In Italia, invece, le opere si finiscono anni dopo lo svolgimento dell’evento. Basta ricordare che ai tempi di Italia ’90 non ci fu nessuna accelerazione della crescita.
Si fa presto a dire choosy, schizzinosi, ai giovani in cerca di lavoro, come ha fatto il ministro Elsa Fornero. Un’indagine dice che degli occupati tra i 18 e i 29 anni, quasi la metà ha uno stipendio inadeguato e oltre il 45 per cento ha accettato un’attività al di sotto dei propri livelli di formazione. Senza arricciare il naso.
Per costruire una unione bancaria europea che non venga travolta dalla prima tempesta finanziaria, occorrono regole comunitarie per governare le crisi delle banche. E una resolution authority dell’Eurozona con i poteri necessari. Possibile solo se le autorità nazionali fanno un passo indietro. Sarà dura…
Il Fondo investimenti per l’abitare (un fondo chiuso che fa capo alla Cassa depositi e prestiti) creato con il decreto sviluppo sembra essere vuoto. Le risorse, infatti, sono state già state impiegate.
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Ecco i numeri della legge di stabilità. Non è a saldo zero, come sostiene il Governo, perchè aumenta l’indebitamento di un miliardo e mezzo nel 2013. Nel complesso una manovra inutile. Che mette a nudo i risultati quasi inconsistenti sin qui della spending review.
Dopo anni di ribassi, fatturati e ordini hanno mostrato nei mesi estivi qualche segno di attenuazione della crisi anche sul mercato interno e anche per i beni di consumo durevole che hanno pagato la crisi più di tutti. Segnali, però, non sufficienti: il mercato italiano rimane depresso e l’uscita dal tunnel non è vicina.
È iniquo e distorce la concorrenza il nuovo regime dell’imposta di bollo sugli investimenti finanziari. Pochi euro a forfait per chi deposita in banca, alle Poste o nelle polizze rivalutabili. Una minipatrimoniale dell’1,5 per mille, invece, per chi mette i risparmi in prodotti e strumenti finanziari. Ennesimo regalo alle banche?
Dalla teoria delle allocazioni alla pratica dei “mercati ripugnanti”: ecco cosa hanno studiato Alvin Roth e Lloyd Shapley per meritarsi il premio Nobel 2012 per l’economia.
Dalla corruzione alle spese folli delle amministrazioni locali: è proprio tutta colpa del Titolo V della Costituzione? Il Governo può comunque tagliare retribuzioni, rimborsi e discrezionalità nell’uso nei fondi per la politica. Bene che lo faccia. E il progetto di riforma del Titolo V che ha presentato è un’occasione mancata per rivedere il finanziamento delle autonomie, che è il vero problema.
Bene il calo degli spread. Perché non si riveli effimero bisogna chiarire quale sia la condizionalità per gli acquisti da parte della Bce sul mercato secondario di obbligazioni di stati dell’Eurozona secondo il programma Omt (Outright monetary transactions). E muoversi con decisione verso l’unione bancaria.
Scarsa l’attenzione del Governo alle donne, anche nella riforma del mercato del lavoro. Una misura che aiuterebbe concretamente le lavoratrici potrebbe essere la sostituzione degli assegni familiari con due crediti d’imposta disegnati uno sul modello statunitense, l’altro su quello britannico. Vediamo di che si tratta.
Dovrebbero essere gli intermediari tra le imprese e chi cerca lavoro, ma i Centri per l’impiego non sono attrezzati. Ci vuole una informatizzazione avanzata, come in Germania. Oppure affidare parte delle loro funzioni a soggetti privati.
Arsenale di Venezia, il luogo simbolo della città. In agosto, dopo due secoli di usurpazione, lo Stato decide di restituirlo ai veneziani: tutto, tranne i pochi edifici ancora utilizzati dalla Marina Militare. La legge prevede anche che ogni reddito proverrà alla città da quel complesso (che evidentemente è inalienabile) dovrà essere impiegato per la sua ristrutturazione.
Bene che ci sia, ma meglio che non venga utilizzato: il Fondo europeo di stabilità (Esm) nato in questi giorni, potrà dare soccorso finanziario fino a 500 miliardi ai paesi in difficoltà dell’Eurozona, ma a condizioni talmente severe che vi faranno richiesta solo quando sull orlo del baratro. Discutibile il vincolo che pone all’autonomia della Bce nell’acquisto di titoli pubblici.
Il governo Monti procede con molta lentezza nella spending review e, nella legge di stabilità, mantiene o addirittura potenzia programmi su cui non c’è stata sin qui alcuna seria valutazione. E’ il caso dei 235 milioni di nuovi sussidi alle imprese per stabilizzare i precari. Un provvedimento che fa immagine. Ma con ogni probabilità saranno soldi sprecati. Che andranno nelle casse di aziende che avrebbero fatto tale scelta comunque, anche senza incentivi. Lo suggerisce l’esperienza di Torino. Ed è semplice valutare gli effetti di questo strumento su tutto il territorio nazionale. Perchè il governo dei professori non lo fa?
La riforma degli enti di credito alle esportazioni è irrinunciabile se vogliamo agganciare le aree più dinamiche del mondo. Oggi un esportatore italiano paga il finanziamento circa il 25 per cento in più del suo concorrente del Nord Europa.
I comuni cesseranno di impiegare gli introiti degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente. È uno dei provvedimenti positivi del disegno di legge sulla valorizzazione delle aree agricole e il contenimento del consumo del suolo. Peccato che per altri aspetti la nuova disciplina sia macchinosa e rischi di innescare conflitti tra territori e tra livelli istituzionali.
Il primo “decreto sviluppo” che ricordo era del maggio 2011 (il DL 70, finito poi in Gazzetta Ufficiale il 12 luglio). Conteneva, tra l’altro, “zone a burocrazia zero”, interventi sulla scuola e interventi di semplificazione. Poi nel giugno 2012 abbiamo avuto un altro decreto sviluppo (il DL 83, andato in G.U. l’11 agosto 2012) al cui centro si trovavano “Misure urgenti per l’agenda digitale e la trasparenza della pubblica amministrazione”. Ora un altro decreto sbandierato come ugualmente orientato allo sviluppo (no, scusate: stavolta si chiama “crescita”) promette finalmente semplificazione nei rapporti con la pubblica amministrazione e digitalizzazione dell’amministrazione e della scuola.
Il primo “decreto sviluppo” che ricordo era del maggio 2011 (il DL 70, finito poi in Gazzetta Ufficiale il 12 luglio). Conteneva, tra l’altro, “zone a burocrazia zero”, interventi sulla scuola e interventi di semplificazione. Poi nel giugno 2012 abbiamo avuto un altro decreto sviluppo (il DL 83, andato in G.U. l’11 agosto 2012) al cui centro si trovavano “Misure urgenti per l’agenda digitale e la trasparenza della pubblica amministrazione”. Ora un altro decreto sbandierato come ugualmente orientato allo sviluppo (no, scusate: stavolta si chiama “crescita”) promette finalmente semplificazione nei rapporti con la pubblica amministrazione e digitalizzazione dell’amministrazione e della scuola.
Massimo rispetto per tutti, per carità, soprattutto per chi ha in mano il difficile compito di raddrizzare questo paese. Ma la stanchezza di fronte agli slogan è grande. Abbiamo visto molti più “decreti sviluppo” che sviluppo; non sarebbe meglio evitare di sbandierare etichette di seconda mano e purtroppo logore? Anche il contenuto purtroppo, stanti gli insuccessi del passato, perde di credibilità. Anni di tentativi di digitalizzazione non hanno prodotto gran che (sarei tentato di dire “nulla”, ma non esageriamo). Mentre il tira-e-molla su chi debba guidare l’agenzia digitale continua ad assomigliare ad una rissa da basso impero, e gli investimenti per colmare il digital divide rimangono a livelli (come giustamente dice Squinzi) da aperitivo.
Allo stesso modo lascia perplessi il fatto che l’ennesimo tentativo di semplificare i rapporti tra cittadino e burocrazia non abbiano fatto tesoro degli errori del passato. Credevamo che la legge Bassanini del 1997 avesse messo la parola fine a un rapporto cittadini-amministrazione simile a quello che avevamo nel periodo feudale. Purtroppo la burocrazia è molto più forte del nostro legislatore e ha disfatto tutto quanto si era cercato di fare, come ben sa chi ha a che fare quotidianamente con i processi amministrativi.
Perché l’attuale tentativo di riforma digitale dovrebbe funzionare? Sono stati modificati in profondità i sistemi di incentivi, remunerazione e controllo all’interno delle pubbliche amministrazioni? Questo Governo riesce a farci rimpiangere Brunetta! Inutile mettere su carta tante riforme se poi la loro attuazione resta nella totale discrezionalità della nostra burocrazia, il cui potere risiede non certo nella semplificazione ma -al contrario- cresce proprio quando i processi sono oscuri e incontrollabili. Come dicono gli americani, è inutile pensare che il tacchino apparecchi la tavola per Natale.
Ci vuole coraggio per scrivere un “Manifesto capitalista” di questi tempi. Lo ha fatto Luigi Zingales, con un libro appena uscito per Rizzoli. Nella prima parte propone un’approfondita analisi delle ragioni della mancanza di popolarità di cui gode oggi il capitalismo. E siccome pensare di fermare la globalizzazione o il progresso tecnico è inutile, nella seconda parte individua i fattori che potrebbero rovesciare questa tendenza. Insieme agli attori del cambiamento: donne, giovani e immigrati, cioè gli esclusi dai privilegi che il sistema economico odierno concede.
Non si può tornare indietro. Affrontare il problema della pensione dei lavoratori esodati con il meccanismo proposto dall’ex-ministro Damiano significa solo aumentare i licenziamenti tra chi ha più di 55 anni perchè toglie credibilità al risanamento del nostro paese. La soluzione per gli esodati (ed esodandi) in realtà ci può essere rendendo più flessibile la riforma delle pensioni varata dal governo Monti.
Sembra non ci sia crisi delle finanze degli enti locali e nazionali guardando a certe opere nei trasporti che vengono portate avanti. Per esempio, a Pisa, una metropolitana sopraelevata per coprire 1800 metri. In Valsusa una stazione, disegnata da un archistar giapponese, che probabilmente non avrà mai treni. E altro ancora. Siamo davanti, una volta di più, alla mancanza di responsabilità nell’uso del denaro di tutti?
Si fa presto a dire e-government, e-participation! Ma nell’uso del web da parte delle pubbliche amministrazioni e dei partiti politici l’Italia è al ventinovesimo posto nel mondo, dietro a paesi molto meno sviluppati. Eppure la rete può semplificare la vita dei cittadini, ridurre i costi della burocrazia, avvicinare gli eletti agli elettori.
Se lo stato tenta di occuparsi della cattiva alimentazione dei cittadini è perché l’obesità sta diventando la vera epidemia del momento. Con alti costi sanitari e sociali. Soprattutto tra la popolazione più povera.
Ci risiamo con indulti e amnistie invece di nuove carceri, depenalizzazioni e sanzioni alternative come il braccialetto elettronico. Speriamo almeno che le scarcerazioni proposte dal Presidente Napolitano per far fronte al sovraffollamento delle carceri non includano i recidivi.
Compensi, vitalizi e rimborsi dei politici fuori da ogni vincolo di bilancio appaiono inaccettabili ai cittadini chiamati a compiere sacrifici per far fronte alla crisi. Da tempo staging.lavoce.info denuncia questo scandalo e propone alcune soluzioni. Abbiamo raccolto gli articoli pubblicati in un nuovo Dossier.
Non importa tanto quanto conosci, ma chi conosci. Anche estraendo a sorte i membri delle commissioni d’esame, sembrano prevalere in buona parte del mondo accademico forme di nepotismo. Questo ci dice l’esperienza della Spagna. Anche le migliori regole rischiano di venire aggirate. Meglio allora basarsi su incentivi per amministrazioni dotate di autonomia nel reclutamento dei docenti.
Ad eccezione della Scala e dell’Arena di Verona, le fondazioni lirico sinfoniche si finanziano per circa due terzi con soldi pubblici. Eppure ci sarebbe un modo per incentivare l’intervento dei privati.