Il 2005 è stato un anno di record negativi per i conti pubblici. Non si deve quindi riproporre la stessa micidiale sequenza di revisioni delle previsioni che lo ha costellato. Va ricostituito l’avanzo primario. Farlo richiede innanzitutto capacità di governo. A partire dall’istituzione di un ministero dedicato a recuperare nel medio periodo almeno un punto di Pil di gettito. Dal lato della spesa, è fondamentale migliorare la capacità di controllo e monitoraggio dei flussi finanziari e delle caratteristiche reali dei programmi pubblici.
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Due commenti del Financial Times predicono l’uscita dell’Italia dall’euro. Meritano una risposta. Sono scenari che hanno bassissime probabilita’ di realizzarsi. Perché gli aggiustamenti di finanza pubblica che il nostro paese è chiamato a compiere sono alla nostra portata. E perché c’e’ sempre piu’ consapevolezza del fatto che i nostri problemi di competitività e di crescita si possono risolvere solo attraverso riforme strutturali. Nel lungo periodo, beneficeremo delle incisive riforme previdenziali varate negli anni ’90.
La risposta del mondo politico alla fusione Autostrade-Abertis potrebbe segnare un nuovo indirizzo in termini di politica industriale. Ma per coloro che hanno a cuore gli interessi pubblici, non serve agitare lo spauracchio dello straniero o affliggersi con l’inevitabile debolezza del regolatore. Sarebbe meglio riflettere sugli errori commessi in passato e rimboccarsi le maniche per mettere in moto una buona riforma della regolazione di settore, indipendentemente dal fatto che gli operatori siano italiani o multinazionali.
Bologna sperimenterà un ticket di ingresso nella zona a traffico limitato del centro storico per i non residenti. Ma la proposta è poco convincente e corre il rischio di screditare la già scarsa “reputazione” delle politiche di road pricing. Come dimostra l’esempio londinese, per avere successo queste misure devono essere semplici e chiare, con specifici obiettivi e poche eccezioni. Tutte qualità che sembrano mancare alla soluzione bolognese. Più efficace ed equo appare invece il sistema dei crediti di mobilità studiato a Genova.
Gestione diretta di Anas per la Venezia-Padova. Potrebbe essere l’occasione per iniziare ad applicare tariffe determinate con l’obiettivo di promuovere l’efficienza allocativa del traffico, per ridurre la congestione, ad esempio separando il più possibile il traffico pesante da quello delle auto. Ma il rinnovo della concessione per la Cisa e la Brescia-Padova contraddice questa scelta. E ripropone la questione della riforma del settore, magari seguendo le indicazioni contenute nel Piano generale dei trasporti del 2001. Price cap compreso.
Campioni nazionali o campioni europei? Nessuno dei due. I governi nazionali rispondono al proprio elettorato e possono essere motivati da considerazioni non economiche nel loro appoggio alle concentrazioni di imprese, anche se non corrispondono all’interesse generale. Invece, l’Unione Europea deve avallare solo le fusioni per le quali si hanno guadagni di efficienza che compensano l’aumento di potere di mercato del nuovo soggetto. E bloccare tutte le altre. Il ruolo della Commissione nel promuovere un sistema industriale competitivo è essenziale.
A quindici giorni dalle elezioni i numeri forniti dal ministero dell’Interno continuano a suscitare dubbi. Il dato che colpisce maggiormente è la percentuale di partecipazione al voto. Il ministero indica per la sola Italia un’affluenza dell’83,6 per cento. Nostri calcoli la fissano a circa l’82 per cento. Inferiore dell’1,72 per cento rispetto al 2001. Con buona pace della retorica sulla “straordinaria mobilitazione degli elettori”. Vero invece che i voti validi sono aumentati. Ma solo perché il sistema era più semplice?
Il problema dell’Italia non è la sostanziale equivalenza in termini di consenso delle due coalizioni. Anzi, significa che il sistema politico italiano ha ormai trovato un suo schema bipolare e competitivo. La questione è invece la legge elettorale, che va cambiata. Il maggioritario a doppio turno, già utilizzato nell’elezione dei sindaci, unisce due pregi: limita la capacità di ricatto dei partiti estremisti e consolida gli incentivi all’aggregazione tra le forze politiche in due schieramenti contrapposti. E va abbandonato il bicameralismo perfetto.
Il nuovo Codice di autodisciplina delle società quotate è molto buono. Ribadisce che “la creazione di valore per gli azionisti” è l’obiettivo prioritario cui devono tendere gli amministratori. Introduce il concetto di auto-valutazione periodica del cda e la figura del consigliere guida degli indipendenti. Riafferma l’autonomia del processo decisionale di ogni singola società. Suggerisce di “aggirare” la nuova norma sull’obbligatorietà del voto segreto. E su tutto ciò Borsa Italiana si impegna a esercitare il proprio controllo.
Si è detto che con le misure antiscalata previste dalla Finanziaria 2006 lo Stato si sia precostituito uno strumento per potere uscire dal capitale delle società partecipate, senza perderne il controllo. La norma tace o è ambigua su molti punti, finendo per creare una situazione di incertezza legale che si ripercuoterà sul mercato e sull’appetibilità delle società in mano pubblica. Ma è davvero in grado di ostacolare le scalate? Se lo Stato cedesse le partecipazioni, l’intero meccanismo difensivo cadrebbe come un castello di carte.