Presentato lo schema di disegno di legge in tema di energia. A parte la richiesta di deleghe per liberalizzazione dei mercati dell’elettricità e del gas, fonti rinnovabili e risparmio energetico, di misure concrete ve ne sono solo due. Una quanto mai opportuna: un fondo da utilizzare per le compensazioni ambientali a enti locali sedi di nuove infrastrutture. Mentre l’altra, la restituzione del fiscal drag energetico, era forse da rimandare. Sono comunque norme ben congegnate. Ma più decisi segnali sulla fiscalità energetica e la lotta ai cambiamenti climatici erano auspicabili.
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Nel loro intervento del 16 giugno Giampaolo Arachi e Alberto Zanardi, con il contributo di Carlo Fiorio che ha sviluppato interessanti considerazioni sugli effetti distributivi, hanno riproposto tal quali le argomentazioni pubblicate su Il Sole-24Ore del 9 giugno 2005. (1) Lo studio europeo Lo studio della Commissione europea cui gli autori fanno riferimento espone i dati relativi allanno 2000. (2) Incidentalmente osservo che il 2000 rappresenta il massimo storico assoluto nel rendimento dellIva italiana dal 1973 in poi: lIva di competenza essendo risultata pari al 6,5 per cento del Pil (serie Istat antecedente lultima revisione); nel 2005 siamo calati al 5,9 per cento (sempre vecchia serie, vedi il grafico in fondo). Un confronto Italia-Francia Nella tabella 2 sottostante espongo, per due Stati membri, il ragionamento che si dovrebbe fare per capire di cosa stiamo parlando. Per memoria, nella tabella 1 riporto la griglia delle aliquote legali esistenti in Francia e in Italia: le aliquote ridotte sono da noi poco meno che doppie di quelle francesi e laliquota normale è di poco superiore (4 decimi di punto).
Un anno fa la manovra sulle aliquote Iva doveva servire a finanziare un alleggerimento dellIrap, oggi un alleggerimento del cuneo fiscale. Lungi da me intenti polemici, vorrei precisare i motivi che rendono infondata la tesi che attribuisce la scarsa produttività dellIva alla struttura delle aliquote applicate in Italia.
Lo studio è stato condotto su dati delle contabilità nazionali dei singoli Stati membri (Sm) e non già su dati di fonte fiscale come avrebbe dovuto essere. Pertanto, per quanto concerne le proxy delle basi finali imponibili si sono utilizzati dati statistici, mentre per laliquota implicita si è fatto il rapporto tra un dato fiscale (lIva di competenza per i criteri di Maastricht) e ciò che si ritiene sia la base finale imponibile Iva. Non mi sembra sia questo un procedimento corretto da un punto di vista logico perché inevitabilmente si scambiano tra loro cause ed effetti. È cosa nota, infatti, che tuttora permangano seri problemi di confrontabilità dei dati statistici. degli Stati membri. Ergo, i consumi finali della famiglie dei singoli Stati possono non essere tra di loro omogenei, a prescindere dallampiezza dei consumi finali esenti.
Utilizzando i dati delle dichiarazioni, con riferimento al 2004 si può osservare che in Francia laliquota finale sulle vendite è risultata pari al 16,21 per cento mentre in Italia è stata del 18,06 per cento. In sostanza, se si considerano le operazioni imponibili spontaneamente dichiarate dai contribuenti Iva, laliquota finale sulle vendite è risultata in Italia superiore di circa l11,4 per cento (1,85 punti).
Sugli acquisti con Iva detraibile, sempre spontaneamente dichiarati, laliquota francese è risultata pari a 16,46 per cento mentre quella italiana è stata del 19,30 per cento (2,84 punti in più, pari a uno scarto del 17,3 per cento circa). Queste sono dunque le aliquote finali medie che si sono realizzate nel sistema economico dei due Stati membri sulle vendite imponibili e sugli acquisti detraibili.
La sintesi delle due aliquote applicate ai rispettivi flussi determina unaliquota finale del sistema, sulla base imponibile finale che rimane incisa, che è pari a 15,50 per cento in Francia e 14,80 per cento in Italia (lo scarto è di 7 decimi di punto pari a 4,5 per cento a danno dellItalia rispetto alla Francia).
A questo punto, anche uno studente liceale capirebbe che la minor resa dellIva italiana (cioè il “Vat burden” di cui parla lo studio della Commissione) non dipende dalla griglia delle aliquote bensì da qualcosaltro: gli acquisti portati in detrazione.
Se, per lItalia, il funzionario che ha redatto il rapporto, un economista dellufficio “Economic analysis of taxation”, non è arrivato a questa conclusione non è colpa mia. Di sicuro ha utilizzato un procedimento analitico che lo ha portato fuori strada.
Laumento delle aliquote comunque mascherato e giustificato non farebbe che complicare la situazione, cioè il cattivo funzionamento strutturale dellIva, fornendo una scorciatoia illusoria più volte percorsa in passato. In sostanza, il sistema Iva italiano somiglia molto a uno scolapasta con grossi buchi: lobiettivo dovrebbe pertanto essere quello di trasformare lo scolapasta in colabrodo (fori significativamente più piccoli).
Lunico argomento che ancora rimane a sostegno della proposta di aumento delle aliquote Iva è dunque squisitamente politico e, come tale, non assoggettabile a obiezioni di tipo logico: si tratta in definitiva della decisione di spostare potere dacquisto da una parte della popolazione (chi si trova sotto la soglia di povertà, i pensionati al minimo, i salariati a basso reddito) verso le imprese genericamente intese.
(1)
“Iva più europea per varare i tagli”, Il Sole-24Ore, 9 giugno 2005.(2) “Vat indicators”, working paper n.2/2004.
Tabella 1: la struttura delle aliquote legali in Francia ed in Italia
(1) aliquote (2) aliquota (3) aliquota implicita (4) divario in %
ridotte normale media aliquota normale
Francia 2,1 5,5 19,6 15,5 22,1
Italia 4 10 20 15 25
Media UE-15 – 19,4 15,9 18
Tabella 2: lIva sulle operazioni imponibili e sugli acquisti detraibili nel 2004
FRANCIA | volumi | imposta | aliquota | ||
Totale operazioni imponibili | 2.965.604 | Totale imposta | 480.806 | 16,21 | |
Base finale imponibile | 769.381 | Imposta | 119.254 | 15,50 | |
Acquisti ad Iva detraibile | 2.196.223 | Imposta | 361.552 | 16,46 |
ITALIA | volumi | imposta | aliquota | ||
Totale operazioni imponibili | 2.287.807 | Totale imposta | 413.188 | 18,06 | |
Base finale imponibile | 559.115 | Imposta | 84.229 | 14,80 | |
Acquisti ad Iva detraibile | 1.718.692 | Imposta | 331.641 | 19,30 |
FRANCIA / ITALIA | volumi | imposta | aliquota | ||
Totale operazioni imponibili | 129,63 | Totale imposta | 116,36 | 89,76 | |
Base finale imponibile | 135,19 | Imposta | 141,58 | 104,73 | |
Acquisti ad Iva detraibile | 127,34 | Imposta | 109,02 | 85,28 |
Nota bene
: lIva sulla base finale è quella di competenza economica di fonte Istat e Insee.L’Italia ha vinto i campionati del mondo di calcio. La banca olandese Abn-Amro aveva accreditato l’Italia di uno 0,7 per cento in più di crescita in caso di vittoria ai mondiali. Ma lo scenario non ha nulla di reale. Infatti, lo studio non cerca di isolare l’effetto della vittoria sul Pil dopo aver tenuto in considerazione tutte le altre variabili che determinano la performance di uneconomia. Se poi si guardano i dati, si scopre che chi vince va peggio dal punto di vista economico rispetto all’anno immediatamente precedente e al successivo. E che il paese vincitore cresce meno in media dell’altro finalista.
“Calciopoli” ci ricorda che l’asset principale delle società sportive professionistiche non è allocato dal mercato, bensì dall’ordinamento sportivo, in base a regole e principi, sostanziali e procedurali, che poco hanno a che vedere con codice civile e codice di procedura civile. Non è dunque possibile sostenere la completa omologazione delle società sportive alle “altre” società. Ed è perciò tempo di metter mano alla normativa che le regola, ormai inadeguata, soprattutto perché frutto di riforme parziali e disorganiche.
La riforma costituzionale incide sul 40 per cento degli articoli della Costituzione vigente. Diminuiscono deputati e senatori. Ma sono previsti almeno tre procedimenti legislativi. Il Senato è sottratto al circuito fiduciario Parlamento-Governo. Nei rapporti tra Stato e autonomie locali alle norme pro-devolution si affiancano quelle anti-devolution. Nuove funzioni per il Presidente della Repubblica. E con il premierato si instaura un modello costituzionale inedito, che elimina alcuni dei sistemi di pesi e contrappesi tra esecutivo e legislativo.
Le riforme utili e necessarie sono quelle che adeguano le istituzioni alle circostanze esterne, non quelle che cercano di forzare in una qualche direzione lo sviluppo della società politica e delle istituzioni. Il decentramento e il federalismo sono tendenze generalizzate in tutti i paesi occidentali. La trasformazione della pubblica amministrazione anche. L’Unione Europea pure. Ma con tutti questi temi, la riforma costituzionale non fa i conti. Come dimostrano le scelte pericolose e inefficaci su premierato e Senato federale.
Più chiari i rapporti tra livelli di governo se la riforma costituzionale esce confermata dal referendum? Non proprio: il limite principale delle nuove norme è di prevedere troppi decisori. Il rischio è la confusione e la crescita della spesa. Se è vero che si supera il bicameralismo perfetto, si definisce “federale” un Senato che ha pochi legami con i territori. Quanto al federalismo fiscale, rimane del tutto inalterato l’articolo 119, che invece andrebbe modificato. E con le norme di transizione c’è il rischio che a Regioni ed enti locali sia tolta ogni autonomia sulle proprie entrate.
Innalzare il numero di firme necessarie a supporto di un referendum da 500mila a un milione, e abolire il quorum. Due semplici modifiche che portano notevoli benefici. Il costo di proporre un referendum sarebbe più alto, e di conseguenza la “qualità” o rilevanza media dei referendum aumenterebbe. Il risultato della consultazione sarebbe deciso solo dagli elettori effettivamente interessati, e non più dagli indifferenti e disinformati. Sarebbe più lineare l’analisi del voto, mentre i partiti dovrebbero prendere posizioni più chiare.
Già in campagna elettorale abbiamo assistito allo spettacolo di chi la spara più grossa nel dibattito politico, e abbiamo dunque cercato di fare un po di chiarezza su dati e cifre, spesso citati a vanvera. Sul referendum costituzionale, anche se si tratta di una tematica apparentemente più ristretta, si rischia lo stesso. Questa settimana riproponiamo dunque il nostro Vero o falso? Informeremo i lettori (contando anche sul loro aiuto) su sviste o eventuali errori.
Nel primo trimestre del 2006 l’occupazione totale in Italia è cresciuta dell’1,7 per cento. L’incremento interessa le donne, i giovani, i lavoratori ultra cinquantenni. E riguarda tutte le parti d’Italia, Mezzogiorno compreso. Ma più del 60 per cento dei nuovi lavori sono dovuti alla componente straniera. Sono individui a tutti gli effetti già occupati nel mercato del lavoro, lentamente evidenziati dalle statistiche nazionali. Comunque, i dati riflettono un mercato in salute e in continua crescita. Mentre il tasso di disoccupazione scende al 7,4 per cento.