La Finanziaria che introduce aliquote nette più basse sui redditi medio-bassi e più alte su quelli medio-alti segue i suggerimenti dei più recenti modelli teorici ed econometrici di tassazione ottimale. Un ridisegno che secondo le simulazioni permette nel lungo periodo di ridurre leggermente l’aliquota media, pur mantenendo invariato il gettito fiscale. Ma obiettivi redistributivi consistenti si potranno ottenere solo con la realizzazione di un sistema universale di reddito minimo garantito e con investimenti nei processi di creazione del capitale umano.
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Tra ospiti più importanti di altri e posti pre-assegnati come a una cena di gala, la concertazione italiana è un teatrino dove ciascuno recita un copione già visto. Molto meglio prendere esempio dalla Spagna. Il suo Consejo Económico y Social ha il compito di dare al parlamento un parere su ogni proposta di legge o decreto governativo di tema economico-sociale. Un ruolo che da noi potrebbe svolgere il Cnel. A patto di riformarlo radicalmente in modo da trasformarlo in una sede in cui si possa andare a fondo dei problemi, carte e dati alla mano. Perché il metodo è sostanza.
Gli incentivi funzionano meglio del timore delle sanzioni. E’ una regola dell’economia che vale anche per la tassa di successione. Soprattutto se l’intento non è un generico aumento delle entrate, ma di natura redistributiva. In questo caso si ottengono risultati migliori attraverso la deducibilità fiscale delle donazioni a fondazioni filantropiche, culturali e di ricerca. Andrebbe anche ridotto lo spettro di applicazione della quota di legittima a favore dei familiari. Mentre appare indispensabile la creazione di un’Authority del no-profit.
La trattativa sul Tfr ha visto protagonisti Governo e Confindustria, mentre il silenzio dei rappresentanti dei lavoratori è stato fragoroso. Il compromesso raggiunto circoscrive l’intervento alle imprese con più di cinquanta addetti. Una soluzione che crea ingiustificabili asimmetrie. Semmai, la discriminante dovrebbe essere l’età: i lavoratori più anziani possono anche lasciare il Tfr in azienda. Ma i giovani, che avranno una pensione pubblica molto più bassa, devono essere incentivati al trasferimento ai fondi pensione. Dovrebbe essere questo il compito del sindacato.
Inventando un modo nuovo di fare credito, il premio Nobel per la Pace Muhammed Yunus ha contribuito a dotare i paesi in via di sviluppo di nuove istituzioni che facilitano non solo il superamento contingente della povertà, ma pongono le basi per un suo superamento duraturo. Il meccanismo su cui si basa la Grameen Bank crea infatti uno stock di capitale sociale che rende la promessa di restituzione del prestito credibile anche senza il ricorso al troppo costoso sistema legale. Non a caso a beneficiare dei crediti sono soprattutto le donne.
A una anno dal suo insediamento, la grande coalizione tedesca sembra aver perso la ragione di essere. Qualche taglio a sussidi ormai insostenibili, l’aumento di tre punti dell’Iva, la conferma delle leggi Hartz sul mercato del lavoro e un timido tentativo di rivedere il sistema federale. Le buone notizie sono tutte qui. Sulle questioni davvero centrali l’accordo non c’è, come dimostra la vicenda della riforma dell’assistenza sanitaria. Perché quello che manca è soprattutto il consenso della popolazione a vere riforme strutturali.
La distribuzione dei sacrifici tra comuni
Ma come viene distribuito lonere tra comuni? Per discuterne, è necessario entrare nei dettagli. Concentriamoci per semplicità sul solo 2007 (1). Il riequilibrio per ciascun comune è la somma algebrica di due elementi. In primo luogo, si chiede ai comuni di ridurre del 50% nel 2007 il disavanzo di cassa medio registrato nel triennio 2003-2005 (2). Ciò significa che ciascun comune deve ridurre le spese o aumentare le entrate in modo tale da garantire un miglioramento nel saldo di bilancio (sia per la cassa che per la competenza) pari al 50% del disavanzo annuale medio nel periodo 2003-05. Per definizione, questa correzione non riguarda i comuni in avanzo nel periodo considerato. Il secondo elemento è invece universale, e richiede a tutti i comuni di migliorare il saldo di bilancio in misura pari al 3,4% dei pagamenti correnti effettuati in media nel periodo 2003-05. A sua volta, questa percentuale viene determinata in modo da garantire per il complesso dei comuni una riduzione pari alla metà del disavanzo di cassa registrato in media dai comuni nel 2003-05. In altri termini, la manovra si propone di eliminare del tutto il disavanzo di cassa registrato dal complesso dei comuni già nel 2007; metà di questaggiustamento è attribuito agli stessi comuni in disavanzo; laltra metà a tutti i comuni (compresi dunque sia quelli in avanzo che in disavanzo), in una misura direttamente proporzionale alla propria spesa corrente.
Le ragioni del Patto
La ragione di questo complicato meccanismo è probabilmente duplice. Da un lato si vuole evitare di pesare eccessivamente sui soli comuni in disavanzo, ma garantendo al contempo lobiettivo di uneliminazione completa dei disavanzi già nel 2007. Dallaltro, si vuole coinvolgere tutti i comuni, compresi quelli "virtuosi", nel processo di aggiustamento. E chiaro inoltre che luso alla spesa corrente come indicatore per la distribuzione (di metà) dellaggiustamento è una scelta puramente discrezionale del legislatore. Deciso lonere dellaggiustamento da attribuire alla totalità dei comuni, questo avrebbe potuto essere diviso in qualunque modo tra questultimi, per esempio, in base al pro capite o al reddito pro capite di ciascun comune (per fasce dimensionali) o a una qualunque combinazione di questi due. La scelta della spesa corrente riflette probabilmente un intento paternalistico da parte del governo; la spesa in conto capitale è meritoria e va incentivata (o per lo meno non disincentivata), quella corrente va penalizzata. Così, per esempio, due comuni con lo stesso saldo di bilancio, ma con una diversa composizione del bilancio, devono contribuire allaggiustamento in modo diverso, proporzionalmente maggiore per i comuni con una spesa corrente maggiore.
Le difficoltà del Patto
Le ragioni del governo nella costruzione del Patto di Stabilità interna sono dunque comprensibili, ma non per questo prive di controindicazioni. Non è del tutto ovvio per esempio perché si debba necessariamente privilegiare la spesa in conto capitale a fronte di quella corrente. Con la spesa corrente si finanziano molti servizi ai cittadini, mentre viceversa si possono sprecare i soldi anche investendo in opere inutili. Si sarebbe potuto individuare un indicatore più oggettivo per il riparto dellonere tra i comuni. Una giustificazione della scelta del governo può essere il voler evitare che i comuni, messi alle strette, riducano la spesa in conto capitale più che quella corrente, in genere più difficile da controllare sul piano politico.
In secondo luogo, mentre la spesa corrente è sicuramente più stabile di quella in conto capitale, anche questa varia considerevolmente per periodi, per dimensione territoriale dei comuni e per singoli comuni. La tabella 1, costruita a partire dai dati di bilancio dei comuni capoluogo per il periodo 1998-2001 illustra, per esempio, che i comuni più grandi spendono molto di più di quelli più piccoli, e che vi sono variazioni consistenti per periodi anche lunghi tra comuni. Ciò significa che il 3,4% di riduzione della spesa corrente uniforme tra comuni può generare variazioni molto consistenti in termini di onere di aggiustamento, pari a quasi il 100% nel nostro campione in termini procapite.
In terzo luogo, lindicatore suscita qualche perplessità, anche supponendo che lobiettivo sia quello di incentivare la spesa in conto capitale. Per esempio, è ben possibile che un comune, pur presentando lo stesso saldo di un altro, spenda più di questultimo sia per la spesa in conto corrente che per quella in conto capitale. In questo caso, il primo comune è sottoposto ad un aggiustamento maggiore del secondo, senza che ne sia del tutto chiara la giustificazione teorica.
Tabella 1
Spese correnti per classi di popolazione, pagamenti
(comuni capoluogo; euro pro capite)
| Classi di popolazione | 1998 | 2001 | Variaz. % |
| meno di 50.000 | 651 | 759 | +16,6 |
| da 50.000 a 70.000 | 590 | 663 | +12,4 |
| da 70.000 a 100.000 | 699 | 773 | +10,6 |
| da 100.000 a 200.000 | 696 | 795 | +14,2 |
| da 200.000 a 500.000 | 802 | 966 | +20,4 |
| oltre 500000 | 819 | 1051 | +28,3 |
| 687 | 793 | +15,4 |
La sostenibilità individuale dei sacrifici
La tabella 2 suggerisce invece qualcosa sullordine di grandezza dellaggiustamento imposto in media a ciascun comune. Poiché la spesa corrente è circa il 75% della spesa complessiva di un comune, e poiché è presumibile che la spesa complessiva dei comuni tra il 2004 e il 2006 sia cresciuta almeno in misura pari al tasso di inflazione cumulato nel biennio, ciò significa che laggiustamento richiesto nel 2007 rispetto al 2006 sia in media per i comuni attorno al 2,4% della propria spesa complessiva (i.e. 0.034 per 0.70). Cioè in media, solo per la componente relativa alla spesa corrente, ciascun comune deve ridurre la propria spesa o aumentare i propri tributi nel 2007 per una percentuale pari a circa il 2,4% della spesa complessiva del 2006. Si osservi che, per costruzione, per i comuni in disavanzo, questo aggiustamento in media deve essere almeno pari al doppio di questa cifra (sarebbe esattamente uguale al doppio se tutti i comuni fossero in disavanzo, mentre in realtà molti sono in avanzo).
Tabella 2
Risparmi di spesa per classi di popolazione
(comuni capoluogo; euro pro capite; simulazione 1999-2001)
| Tutti i comuni | Popolazione <50.000 | Popolazione tra 50.000 e 100.000 | Popolazione tra 100.000 e 300.000 |
Popolazione >300000 |
|
| n. osservazioni | 101 | 20 | 42 | 29 | 10 |
| Media | 25,3 | 24 | 23 | 26,1 | 33 |
| Mediana | 24,4 | 24 | 23 | 25,8 | 34 |
| Massimo | 46 | 33 | 30 | 46 | 38 |
| Minimo | 11 | 16 | 11 | 18 | 21 |
| Standard deviation | 5,4 | 4 | 4 | 5,5 | 5,3 |
1) Il patto di stabilità interna in realtà opera per il triennio 2007-9, ma 1) lonere principale dellaggiustamento è concentrato sul 2007 e 2)lesperienza insegna che i patti tendono a essere modificati anno su anno, per cui appare ragionevole evitare complicazioni, discutendo solo il 2007.
2) Il 2005 è lultimo anno per cui dati certi sono disponibili per la cassa; e luso della media triennale, invece del solo 2005, intende ridurre le oscillazioni annuali, dovute in particolare allevoluzione delle spese in conto capitale.
È sorprendente che in questi giorni si continui a discutere di Tfr a due voci (Confindustria e Governo) e nessuno parli in nome del vero proprietario di quei soldi: i lavoratori. Il trattamento di fine rapporto è un prestito obbligatorio dei lavoratori alle imprese che dà un rendimento piuttosto basso se confrontato con gli andamenti dei mercati. Delle sorti del Tfr devono perciò decidere i lavoratori, non le imprese.
Chi protesta e chi tace
Il disegno di legge Finanziaria prevede attualmente di destinare il 50 per cento dei flussi di Tfr "inoptati", cioè non espressamente indirizzati dai lavoratori ai fondi pensione, ad un fondo per il finanziamento delle infrastrutture istituito presso la Tesoreria, che dovrebbe raccogliere 6 miliardi di euro.
Le imprese – a cui questo provvedimento sottrae gradualmente liquidità – hanno protestato vivacemente e subito. Fragoroso, invece, il silenzio del sindacato. Qualche voce di dissenso si è, in un secondo tempo, levata da Cisl e Uil, ma il compromesso poi raggiunto fra Governo e parti sociali, ignora una volta di più le esigenze dei lavoratori. Si è infatti deciso di circoscrivere il trasferimento del Tfr all’Inps solo alle imprese con più di cinquanta addetti, quelle che hanno meno problemi di liquidità: è una soluzione che può andare bene alle imprese, ma che crea asimmetrie ingiustificabili tra i lavoratori.
Il vero problema
Per effetto delle riforme pensionistiche dellultimo decennio, per i giovani i tassi di rimpiazzo (ovvero il rapporto tra prima prestazione pensionistica e ultimo salario) delle generazioni che vanno in pensione ora sono irraggiungibili, pur conteggiando trenta o quaranta anni di versamenti al Tfr. Questo perché la pensione pubblica offrirà un rimpiazzo del reddito da lavoro del 35-40 per cento nei casi migliori, contro lattuale 65-70 per cento (1). Lunica via per coprire questo "buco" pensionistico è garantire, specialmente ai giovani, rendimenti più elevati allaccantonamento ora versato al trattamento di fine rapporto.
Quindi se cè una discriminante da applicare nel decidere le sorti del trattamento di fine rapporto, non è certo quella della dimensione dellimpresa, ma semmai quella delletà dei lavoratori: i più anziani possono anche lasciare che il Tfr rimanga in azienda (non ci piace lidea di trasferire il debito dalle imprese allo Stato). Mentre per i giovani deve essere incentivato al più presto il trasferimento del Tfr ai fondi pensione.
Non c’è tempo da perdere
L’unico elemento positivo dell’accordo raggiunto ieri consiste nell’anticipazione al 2007 della possibilità di conferire il Tfr ai fondi pensione. E’ un’occasione che non possiamo permetterci di perdere. I fondi pensione oggi in Italia amministrano un patrimonio inferiore a quello delle fondazioni bancarie. I giovani hanno bisogno di accedere a un ampio spettro di fondi pensione ad adesione collettiva. Sono quelli che permettono di contenere i costi amministrativi e di meglio distribuire il rischio fra i diversi aderenti. Ma perchè questo secondo pilastro offra prodotti adeguati ai lavoratori, bisogna che nuovi fondi pensione nascano e crescano e ci sia più competizione fra di loro.
Quindi lo smobilizzo del Tfr è un’occasione irripetibile per dare la possibilità ai giovani di diversificare il rischio, distribuendo i propri risparmi su diversi strumenti previdenziali. Il sindacato ha un ruolo molto importante nell’informare i giovani e nello spingerli a pensare al loro futuro.
(1) Si vedano le simulazioni di Gronchi e Sismondi in M.Messori (a cura di), La previdenza complementare in Italia, Il Mulino, 2006.
Una Finanziaria non si limita a ridistribuire un reddito dato. Influenza la convenienza a produrne di nuovo, modificando gli incentivi a investire e a creare posti di lavoro: gli effetti davvero importanti per la crescita, il problema numero uno dell’Italia di oggi e di domani. La legge per il 2007 non incide sui nodi che un imprenditore affronta quotidianamente: costo dell’energia, risorse umane e difficoltà di sbocco sul mercato interno. Non c’è neanche la riduzione delle tasse sulle società. Eppure sono proprio le ragioni per cui nel nostro paese non si fa innovazione
Prima del riordino delle leggi di incentivazione sarebbe utile chiedersi quanto siano efficaci quelle esistenti. Uno studio sugli effetti della legge 488 del 1992 e l’indagine Banca d’Italia sugli investimenti delle imprese industriali mostrano che il beneficio di stimolo agli investimenti, pur maggiore per le aziende meridionali, è modesto in rapporto alle risorse impiegate. Per le imprese del Sud gli investimenti addizionali non raggiungono il 30 per cento dei fondi distribuiti e sono circa il 10 per cento per quelle del Centro-Nord.