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Per uscire dal tunnel della spesa sanitaria

Il “patto per la salute” per il periodo 2007-2009 si propone di eliminare i disavanzi e di correggere le disfunzioni e le inefficienze di gestione. In ciascun anno la spesa dovrebbe essere contenuta al 6,7 per cento del Pil. Ma non è un obiettivo semplice da raggiungere. Manca ancora un federalismo pienamente responsabile che attribuisca alle Regioni i poteri di stabilire i livelli delle prestazioni. E nello stesso tempo imponga loro l’onere di finanziarli in modo autonomo. La copertura ex-post dei disavanzi con fondi statali genera solo sperequazioni.

Iniziative in memoria di Riccardo

Borse di studio, convegni, seminari per ricordare Riccardo Faini. Sono tante le iniziative promosse da chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui.  Ci siamo presi l’impegno di tenervi al corrente di queste iniziative.  Cominciamo a fornirvi un primo elenco.

Contributivo tuttora incompreso

Senza revisione dei coefficienti, il modello contributivo non avrebbe più ragion d’essere. Ciò nonostante, si fa molta fatica a mettere in atto la prima, vitale per la praticabilità delle successive. Molte le contropartite richieste, fra cui l’adeguamento delle pensioni d’annata. Ma se queste sono socialmente intollerabili, la soluzione è una sola: ridurre o azzerare gli 1,5 punti attualmente anticipati. La conseguenza sarebbe una seconda riduzione dei coefficienti, più rilevante di quella deputata a dar conto dell’accresciuta longevità.

Lavoratori al quadrivio

Sotto ipotesi ragionevoli, la scelta migliore sembra essere l’adesione con contribuzione al fondo pensione, che permette di sfruttare il contributo del datore di lavoro, i vantaggi fiscali e l’eventuale maggior rendimento rispetto alla rivalutazione del Tfr. In termini di tasso di rendimento conviene aderire con la più bassa aliquota contributiva e la più alta quota di Tfr. Mentre una più elevata aliquota contributiva consente di coprire il gap previdenziale con maggiore facilità e in minor tempo. Avversione al rischio e liquidabilità.

L’educazione previdenziale degli italiani

Il mercato della previdenza complementare risulta indubbiamente condizionato dalla mano pubblica, fino a poter parlare di una sorta di azzardo morale. Il compito dei poteri pubblici non può quindi semplicemente esaurirsi nel preordinare meccanismi di controllo delle forme pensionistiche, a protezione dell’interesse degli iscritti. Si dovrebbe pensare seriamente alla necessità di avviare un efficace programma di educazione previdenziale rivolto all’intera popolazione. Le best practice internazionali indicano la strada da percorrere.

Domande fondamentali

I giovani avranno la pensione? E a quali condizioni? Come agiscono i coefficienti di trasformazione? Un’eventuale nuova riforma comporterebbe vantaggi o svantaggi per chi entra oggi nel mercato del lavoro? E quali conseguenze avrebbe la rimozione dello scalone? Interrogativi basilari, postici dal Forum Nazionale Giovani che chiedono risposte chiare. Ma l’unica via per non penalizzare troppo i più giovani è anticipare l’entrata in vigore delle nuove regole previdenziali. Come in Svezia, dove il sistema contributivo è stato adottato subito per tutti, escludendo solo gli ultrasessantenni.

Quando il lavoro è usurante

Le aspettative di vita sono significativamente diverse a seconda della classe socio-economica e del tipo di lavoro prevalentemente svolto. Su tali differenze si potrebbero definire in maniera non arbitraria i lavori usuranti e arrivare a una suddivisione delle professioni in tre classi. Di cui tener conto quando si discute di requisiti di ammissibilità, che nella logica contributiva non dovrebbero modificare l’equità attuariale del sistema. Ma anche quando si parla di coefficienti di trasformazione, che invece su questa hanno un impatto diretto

Tav: parlando e sparlando

Fra i dodici punti non negoziabili enunciati dal presidente Prodi per la resurrezione del suo governo vi è “un’azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica”. Una rilevante inversione di rotta rispetto ai nove mesi passati. Non sembra però far parte di questo lodevole proposito la spesa per le infrastrutture. Anzi, al punto 3, si parla di una “rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare dei corridoi europei (compresa la Torino-Lione)”. Ma le ragioni a favore di quest’opera rimangono argomentate in modo assai debole.

I numeri della sanità penitenziaria

Nel periodo considerato dall’Indagine della Corte dei Conti la popolazione carceraria è aumentata, mentre sono diminuiti, anche in valore assoluto, gli stanziamenti annuali per la sanità penitenziaria. Il personale sanitario assorbe l’81 per cento della spesa, ma non è possibile conoscere quanta parte sia imputabile al numero di ore lavorate e quanta ai compensi orari. L’indisponibilità di questi dati insieme a quella sull’entità e sulle caratteristiche dei soggetti da assistere, configura nel complesso un sistema privo di trasparenza.

Dietro le sbarre si perde il diritto alla salute

Otto anni fa un decreto legislativo prevedeva il passaggio della competenza sulla sanità nelle carceri dal ministero della Giustizia al Sistema sanitario nazionale. Ma la sperimentazione non si è mai conclusa. E’ una questione di democrazia prima ancora che di costi. La tutela della salute delle persone recluse non può essere limitata da esigenze di sicurezza e confinata nei documenti di programmazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma deve procedere su un binario unitario insieme a quella del mondo libero .

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