Lavoce.info

Categoria: Argomenti Pagina 844 di 1087

COME RECLUTARE IL MIGLIORE CHE SERVE ALLA FACOLTA’

Nel dibattito sul reclutamento dei docenti universitari mi sembra si trascuri un tema  importante e che incrocia quello del merito. I concorsi non sono, non dovrebbero, essere soltanto meccanismi di promozione, auspicabilmente sulla base del merito. Sono, dovrebbero essere, anche strumenti di reclutamento di docenti sulla base del fabbisogno di una determinata facoltà in specifiche discipline.
Si tratta di due esigenze distinte, rispetto alle quali anche le università e facoltà più universalistiche devono trovare un equilibrio tra aspettative legittime di chi ha ben lavorato ed esigenze didattiche. Ci sarebbero anche le esigenze di ricerca, ma sono le prime a essere sacrificate, perché nel nostro sistema organizzativo duale, uscito da una delle tante riforme, la ricerca si fa nei dipartimenti, ma sono le facoltà a reclutare. Anche se poi, giustamente, per la valutazione delle università ci si riferisce anche alla qualità della ricerca svolta nei dipartimenti.

IL PROBLEMA DEI SETTORI SCIENTIFICO-DISCIPLINARI

A far pendere la bilancia verso un utilizzo dei concorsi per associato e ordinario, ma ormai anche per ricercatore data la lunga gavetta di precariato mal pagato cui sono costretti i giovani, pressoché solo in chiave di promozione interna, non è solo la pressione dei docenti interni che aspirano a una promozione, unita al loro minor costo perché il loro stipendio è già nel bilancio della facoltà. Occorre anche considerare che con l’attuale sistema di reclutamento le facoltà si trovano nell’impossibilità di scegliere la persona più adatta ai loro bisogni, anche solo didattici. Ѐuna impossibilità ulteriormente rafforzata dal sistema prefigurato dal decreto Gelmini e che si aggiunge ai problemi bene evidenziati da Daniele Checchi in questo sito.
Per capire la questione occorre sapere che i concorsi vengono fatti per settore scientifico-disciplinare. Nel nostro ordinamento universitario ogni disciplina, è suddivisa in quelli che sono chiamati settori scientifico disciplinari, in cui branche specializzate della disciplina sono raggruppate, spesso in base a logiche del tutto oscure. Ѐuna situazione che non ha riscontri nella maggior parte degli altri paesi. In alcuni casi i settori sembrano includere un solo tipo di specializzazione, ipercircoscritta, altri invece contengono di tutto. Comunque sia, l’unica logica che sembra emergere è la relativa forza dei gruppi disciplinari: i più forti si sono ritagliati un settore, i più deboli sono stati raggruppati più o meno a caso. Basterebbe leggere le “declaratorie” (basta il nome) di alcuni di questi raggruppamenti per capire che non rispondono ad alcuna logica scientifica. Certamente, in parte il problema deriva dalla iperspecializzazione e anche da interessi corporativi che hanno spinto a moltiplicare le discipline di insegnamento e talvolta a inventarne di inesistenti, o dal dubbio corpus teorico e metodologico.
Ma gli effetti sul reclutamento sono in alcuni casi devastanti. Un ordinario di SPS07 può insegnare indifferentemente politiche sociali e metodologia della ricerca sociale, e uno di SPS08 sociologia della religione, o della famiglia, o della comunicazione. E in un concorso bandito per reclutare un docente in grado di insegnare sociologia della religione, una facoltà può invece trovarsi come vincitore una persona competente in tecniche di comunicazione di massa: non perché è stato fatto qualche pasticcio clientelare, ma perché le sue pubblicazioni, nel suo campo, erano migliori di quelle dei candidati che si occupano di sociologia della religione. Che cosa farà allora la facoltà che aveva bandito il posto? Il sistema pre-decreto Gelmini, per altro non modificato, mi sembra, su questo particolare punto, prevede una soluzione a metà: la facoltà che bandisce il posto ha la possibilità di definire il profilo delle competenze richieste, che però non vincola in nessun modo la commissione valutatrice e neppure serve da orientamento ai candidati. Tutti coloro le cui competenze rientrano quel raggruppamento hanno pieno diritto a partecipare e a essere giudicati in termini universalistici, ma verrebbe da dire anche generici. La facoltà ha solo il diritto di non chiamare nessuno dei vincitori nel caso nessuno risponda al profilo richiesto. Sostiene così un costo organizzativo e finanziario per un nulla di fatto. E con buona probabilità quella disciplina perde anche il posto per gli anni a venire. Bandire un concorso “al buio” si configura così come un rischio altissimo, da non prendere alla leggera. So bene che il meccanismo si è prestato a molti abusi. Ma il problema rimane: come si fa a reclutare non solo il più bravo in astratto, ma anche il più bravo rispetto alle necessità per cui è stato bandito il concorso? 

DUE METODI DI RECLUTAMENTO

Un modo, non del tutto efficiente, ma certamente lo è più dell’attuale e anche di quello prefigurato dal decreto Gelmini, è riprendere una delle proposte avanzate in questi anni, che prevede una valutazione nazionale per ottenere l’idoneità ad associato o ordinario. La commissione, come per altro avveniva un tempo, potrebbe essere formata con il doppio meccanismo della elezione e della estrazione, senza tuttavia incorrere nei problemi evidenziati da Checchi. Si formerebbe così una lista di idonei, a validità limitata nel tempo, da cui le facoltà potrebbero pescare secondo le proprie necessità. Prima però bisognerebbe ripulire i settori, espungendone le “materie” che non esistono e accorpandoli con maggiore razionalità scientifica.
Un secondo modo, che esce del tutto dalla logica concorsuale e anche dei settori scientifico-disciplinari, è quello in vigore nella maggior parte dei paesi europei, negli Stati Uniti, nella Università europea di Firenze, in molti istituti di ricerca pubblici stranieri: la facoltà o l’istituto di ricerca o il dipartimento, bandisce il posto con la massima pubblicità possibile, inclusi i maggiori quotidiani, specificando le competenze richieste, non solo il livello di qualità. Sulla base delle domande, si definisce una short list dei candidati migliori, che vengono invitati a presentarsi alla facoltà, inclusi gli studenti, tenendo un seminario pubblico. Seguono colloqui con una commissione mista di interni ed esterni e selezione finale argomentata in forma pubblica.
Certo la cosa richiede che l’intero sistema – dei finanziamenti, del riconoscimento del valore dei titoli di studio – premi le istituzioni che riescono ad attrarre i migliori. Richiede anche che esista controllo sociale entro la corporazione dei docenti, a livello della singola disciplina e tra le discipline, della singola facoltà e dell’università nel suo complesso, così che comportamenti chiaramente clientelari o poco rigorosi vengano stigmatizzati perché ne va di mezzo l’intera istituzione. In effetti, proprio la debolezza del controllo sociale entro la comunità scientifica, che indebolisce la capacità dei singoli di opporsi a logiche clientelari o localistiche, è il vero problema del reclutamento, insieme alla mancanza di sanzioni finanziarie per le università, le singole facoltà e dipartimenti che hanno una qualità inaccettabilmente bassa. Se non lo si affronta, ed è innanzitutto una responsabilità degli accademici, non c’è riforma dei concorsi che tenga. 

PROFESSORI IN CARRIERA

Oggi la carriera universitaria prevede stipendi molto bassi all’inizio, per i ricercatori. Una riforma dovrebbe modificare gli scatti d’anzianità, per legarli alle pubblicazioni scientifiche. Dovrebbe garantire il contratto a tempo indeterminato, ma solo dopo un periodo di prova di almeno quattro anni. E prevedere sanzioni per i docenti che si dedicano a lucrose attività extra-accademiche e trascurano ricerca e insegnamento abbassando così il rating dei dipartimenti. Non serve invece l’anticipazione del pensionamento obbligatorio.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Commento: Vi è il rischio di accesso alle professioni senza laurea.
Risposta: No! Nella mia proposta ho subito chiarito che il profilo abilitativo della laurea va lasciato così com’è: non è lì il problema.

Commento: Non sarebbe meglio stabilire che la laurea sia un requisito necessario per l’accesso ai concorsi pubblici, ma lasciare che la valutazione sia incentrata interamente sulla prova concorsuale?
Risposta: Vedrei questa soluzione come un second best, almeno si eviterebbe la scandalosa prassi attuale, in base alla quale i laureati provenienti dalle università selettive, che quindi spesso hanno punteggi di laurea non alti, sono superati dai candidati provenienti dalle università non selettive, che regalano i 110 e lode.
Tuttavia si rifletta che: a) incentrare tutta la valutazione sulla prova concorsuale implica un aumento dei costi amministrativi (la prova deve essere, infatti, articolata, ben congeniata e ben calibrata), b) la prova unica aumenta il rischio di risultati casuali: con una valutazione ‘one shot’, la fortuna/sfortuna diventano elementi condizionanti; c) nonostante l’accuratezza della prova concorsuale, il risultato della valutazione sarà molto più veritiero se si tiene in adeguata considerazione il curriculum di studi del candidato, curriculum fondato su una preparazione di 3 o 5 anni e basato sul risultato di 15-25 diversi esami. Perché rinunciare a valutare questi dati?

Commento: Nessun ranking può valutare con precisione il valore delle Università.
Risposta: Vero solo in parte. E’ certo che tutti i parametri utilizzabili sono discutibili (e concordo sulla artificiosità della classifica stilata dall’Università di Shangai). Tuttavia, tutte le classifiche più accreditate si fondano su parametri difficilmente contestabili, quali la produzione scientifica dei docenti, il rapporto del numero docenti/studenti, le performances degli studenti nel corso di studi, ecc. L’applicazione del complesso di questi parametri consente una valutazione abbastanza veritiera del valore delle singole Università. Chiunque insegni può testimoniare, ad esempio, che il ricercatore che pubblica molto è mediamente più preparato, dedicato e capace di trasmettere il sapere di quello che pubblica poco o niente. Che avere 20 studenti a lezione consente di fornire una preparazione migliore rispetto all’ipotesi di averne 200, ecc
Ma c’è un punto che deve indurre ad accettare definitivamente lo strumento del ranking. Mentre in Italia stiamo ancora discutendo del valore delle classifiche, il resto del mondo le usa senza problemi e giudica le nostre università altrettanto bellamente. E’ quindi inutile far finta che non ci siano o che non funzionino. Nel mondo già ampiamente globalizzato dell’istruzione superiore, per gli studenti sarà indifferente studiare a Parigi, Cambridge o Madrid piuttosto che a Padova o Bologna (anche dal punto di vista economico). E la scelta verrà fatta sui ranking. 

Commento: Potrebbe esservi il caso che il capace e il meritevole, per ragioni economiche, non può iscriversi ad una lontana università di serie A, ma deve accontentarsi di quella sotto casa, di serie B.
Risposta: con l’incremento del flusso di risorse a beneficio delle università migliori, queste ultime possono realmente (e non a parole, come avviene adesso) predisporre delle borse di studio per i meritevoli. Ciò peraltro è nell’interesse delle università in questione perché studenti bravi aumentano le performances e dunque migliorano la posizione nel ranking.
A parte questo, inviterei chi paventa la prospettiva a valutare la cosa anche sotto una diversa angolatura. Continuare, per ragioni economiche, la finzione della parità di preparazione consentita dal valore legale del titolo, aiuta chi si è laureato in medicina nell’Università di serie B ad entrare, ad esempio, nell’USL, ma non aiuta affatto il paziente di quella USL il quale, data la posta in gioco, preferirebbe di gran lunga un medico laureato di un’Università di serie A. In proposito credo che sia ora di guardare alle esigenze dei servizi pubblici dal punto di vista del ‘pubblico’ e non solo dalla prospettiva individuale di chi deve trovare un lavoro, costi quel che costi (al paziente).   

Commento: La proposta è di stampo dirigista e complicata da attuare.
Risposta: La proposta non è dirigista: la PA è libera, per ciascun concorso e a seconda delle sue esigenze, di assegnare il peso relativo del ranking, e il peso relativo della posizione delle università nel ranking. E non è nemmeno complicata: già oggi, in taluni casi, la PA compie con facilità una operazione analoga, consistente nell’assegnare diversi punteggi concorsuali a seconda del diverso punteggio di laurea. Inoltre le particolari esigenze del posto bandito possono trovare spazio adeguato nella prova concorsuale, che non si propone di abolire. Per riprendere l’esempio fatto dal Prof. Figà Talamanca, se per la posizione lavorativa posta a bando è preferibile un matematico esperto di analisi numerica, anziché geometria algebrica, perché non proporre un problema di analisi numerica nella prova concorsuale? L’ammissione al concorso anche di laureati in ingegneria o in informatica mi trova completamente d’accordo, ma non è in contrasto con l’attribuzione di uno specifico peso dell’Università di provenienza.

LA RIVINCITA DEL TERRITORIO

Il territorio svolge un ruolo sempre più importante nel sistema sanitario nazionale. L’assistenza territoriale, oggi, impiega infatti più del 50 per cento delle risorse finanziarie destinate alla sanità, e supera perciò l’ospedale. Ma la spesa territoriale non deve più essere considerata come un insieme indistinto. Va invece decodificata nei suoi principali ambiti di attività, valutando il contributo di ciascuno in termini di costi e di appropriatezza delle cure. I risultati del Laboratorio sul governo del territorio.

UNA BOLLA FINANZIARIA NEGATIVA

Per rifondare il sistema finanziario si dovrà riconsiderare in modo congiunto e coordinato il sistema di regolamentazione, il ruolo delle agenzie di rating e la scelta della struttura monetaria da adottare. La dichiarazione finale del G-20 suggerisce che le regole internazionali devono assicurare la possibilità di adeguarsi rapidamente all’evoluzione e all’innovazione dei mercati e dei prodotti finanziari.

PAESI CHE SALVANO LE BANCHE

Continua l’analisi degli interventi dei governi europei a sostegno dell’economia. E’ la volta dei piani di salvataggio delle banche predisposti da Svezia, Danimarca, Portogallo, Grecia e Olanda. Tutti in linea con le indicazioni Ecofin, ma anche con qualche novità. All’appello manca l’Italia: ai primi decreti, tuttora privi delle norme di attuazione, non sono ancora seguite nuove misure, peraltro più volte annunciate.

DOVE VANNO I PREZZI DELLE CASE

I prezzi delle case potrebbero scendere anche in Italia. Non sarebbe la prima volta, ma in passato con un’inflazione elevata, la flessione dei prezzi reali avveniva con prezzi nominali relativamente stabili. La diminuzione potrebbe essere molto rapida, soprattutto se la minore disponibilità di credito costringerà le imprese a liquidare rapidamente gli immobili in costruzione per far fronte a esigenze di finanziamento dell’attività. E neanche i risparmiatori spaventati dalla incertezze della finanza sembrano oggi rivolgersi all’immobiliare.

IMPARARE DA OBAMA

La storica vittoria elettorale di Barack Obama può insegnare qualcosa ai democratici e progressisti italiani? Anche se le situazioni dei due paesi sono estremamente diverse, vale la pena di fare alcune riflessioni sui fattori che hanno reso possibile questa grande vittoria e su quello che ci possono indicare.

DOVE NASCE LA VITTORIA

Bisogna prima di tutto sgombrare il terreno da una lettura “inevitabilista” del successo di Obama. Obama non ha vinto solo perché è una figura dotata di un carisma che non si vedeva da decenni, né solo perché gli otto anni di governo della destra hanno condotto a risultati talmente catastrofici da vincere persino il razzismo di importanti segmenti della classe operaia bianca E neanche perché Sarah Palin non è stata in grado di attrarre le donne deluse dalla sconfitta di Hillary Clinton alle primarie.
Un fattore fondamentale è la straordinaria organizzazione che ha sorretto la candidatura del senatore democratico e la mobilitazione di milioni di persone, molte delle quali non avevano mai fatto politica prima. L’intelligenza di Obama e dei suoi diretti collaboratori è consistita nell’identificare i gruppi di elettori potenziali nei settori più diversi della società americana e nel farli oggetto di un’attenzione continua e capillare.

LA RETE PER OBAMA

La campagna di Obama si è basata su un sistema di fundraising online e di organizzazione di eventi mai usato prima, molto personale, la cui parola d’ordine era “It is about you!”. Studiata dal fondatore of Facebook, Chris Hughes, la campagna ha attratto più di tre milioni di partecipanti. A chi si iscriveva a my.BarackObama.com (http://my.barackobama.com) si chiedeva di contribuire in prima persona, e mettendo in comune le esperienze, alla costruzione di una comunità di attivisti.
Con questo sistema le donazioni hanno raggiunto 650 milioni di dollari, più di quanto avevano raccolto insieme i due candidati presidenziali nel 2004.
Ma la candidatura di Obama ha beneficiato anche dell’appoggio e dell’attivismo di un’organizzazione online con più di tre milioni di membri: MoveOn.org.
Creata nel 1998 per superare l’impasse dello scandalo Lewinsky, e rafforzatasi poi in particolare sulla base dell’opposizione alla risposta unilaterale di Bush agli attacchi dell’11 Settembre, MoveOn.org si è battuta per eleggere candidati progressisti e ha mobilitato quasi un milione di volontari per Obama, raccogliendo 58 milioni di dollari. 
MoveOn.org ha dato voce a chi non ne aveva, ha contribuito così a connettere milioni di persone e a far rinascere la partecipazione politica in un modo facile ed efficace allo stesso tempo. Negli ultimi mesi, i membri di MoveOn.org hanno organizzato riunioni nelle loro case: insieme ad altri volontari telefonavano negli stati chiave per assicurarsi che i sostenitori di Obama andassero effettivamente alle urne.
Un fattore che contato moltissimo è stato l’enorme differenza di entusiasmo tra chi votava per Obama e chi votava per McCain. L’entusiasmo dei sostenitori di Obama si è tradotto in più rapporti personali, più azioni, più telefonate e donazioni.

E IN ITALIA?

Certo, in Italia, il semplice trasferimento di alcune delle tecniche usate dalla campagna di Obama non potrebbe funzionare.
Un limite è dato dal fatto che la popolazione è più vecchia e quindi meno sensibile agli entusiasmi. I giovani sono una proporzione molto più bassa dell’elettorato e, in assenza di cambiamenti demografici, sono destinati a scendere ancora. Gli americani sotto la soglia dei 35 anni costituiscono il 47 per cento della popolazione, mentre sono appena il 38 per cento in Italia. Questa quota poi rimarrà sostanzialmente stabile negli Usa, ma scenderà a poco più di uno su tre nel nostro paese.
Un altro limite riguarda il minor uso di internet. Nonostante i progressi, la diffusione di internet tra le famiglie italiane ci colloca al diciottesimo posto nella Unione Europea, con un tasso di penetrazione del 43 per cento rispetto alla media europea del 54 per cento e al 73,6 per cento degli Stati Uniti.
Infine, di grande importanza è stata anche la campagna televisiva di Obama: è stata senza precedenti e in alcuni stati il neo-presidente ha speso quattro volte tanto McCain. Potrebbe avvenire qualcosa di questa portata nella situazione di quasi monopolio della televisione italiana?
Barack Obama è riuscito a vincere anche perché ha fatto della speranza, anzi dell’“audacia della speranza”, la sua parola d’ordine e si è appellato agli “angeli migliori” del paese. Anche in Italia, se non si fa strada l’idea che il paese può essere meglio di quel che è ora e senza creatività nell’identificazione di nuovi strumenti di partecipazione e mobilitazione, sarà ben difficile uscire dalla profonda crisi attuale.

LA CRISI, IL MERCATO E IL PENSIERO LIBERALE *

Il ripensamento critico della finanza innescato dalla crisi finanziaria coinvolge la stessa nozione di economia di mercato. Ma chi ha fallito, lo Stato o il mercato? Paradossalmente lo Stato, che non ha saputo dare regole esaustive e supervisori attenti. Si è instaurata una religione liberistica che vede nell’intervento pubblico sempre e comunque una indebita compressione della libertà d’impresa. Anticipazione di un articolo più esteso che la rivista Il Mulino pubblicherà nel numero in uscita a dicembre.

L’INDICE PUNTA ALLA RECESSIONE

La crisi finanziaria mondiale in corso è la più grave dal dopoguerra: è penetrata nel profondo dell’intero sistema finanziario e sta seriamente condizionando il settore bancario. I suoi effetti sull’economia reale si manifestano in modo sempre più chiaro. €-coin, un indicatore della crescita di fondo dell’area euro, ha indicato un rallentamento dell’economia dell’area sin dall’inizio del 2007, inglobando il peggioramento della tendenza dall’agosto dello stesso anno. E ha ben rappresentato il brusco deterioramento del quadro congiunturale a partire dall’estate 2008.

Pagina 844 di 1087

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén