La riforma della legge fallimentare non può più essere rimandata. Di fronte all’impasse della commissione Trevisanato, serve quindi una chiara direttiva politica sulle priorità e gli obiettivi da perseguire. Che devono riguardare in particolare la prevenzione della crisi, il ruolo del mercato e del giudice, la revocatoria e le insolvenze dei privati. E forse qualche suggerimento può arrivare dalle soluzioni prospettate nella passata legislatura.
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Inspiegabilmente dimenticata dal Trattato di Maastricht, l’armonizzazione delle legislazioni sull’industria finanziaria procede tra resistenze (soprattutto della City), accelerazioni e difese di interessi nazionali. Ma se l’obiettivo è assicurare una maggiore concorrenza nell’industria finanziaria a beneficio dei consumatori, diventa cruciale trovare un accordo sui requisiti di trasparenza nella formazione dei prezzi.
Canale 5 diventa il primo canale televisivo nel prime time, mentre la Rai è penalizzata da una strategia di programmazione più preoccupata dei costi che della qualità dei programmi. E avvantaggia le reti private regalando spettatori, e contratti pubblicitari più vantaggiosi, ma anche la possibilità di contenere le spese. I ravvicinati cambi e la litigiosità dei vertici aziendali hanno paralizzato decisioni importanti e portato a casi di concorrenza interna al limite dell’autolesionismo.
È stato un anno vissuto pericolosamente. Adesso possiamo dirlo: quando, il 4 luglio 2002, abbiamo messo in rete staging.lavoce.info, non eravamo affatto sicuri di durare più di tre mesi. Temevamo di non riuscire a raccogliere sufficienti contributi scritti da poter aggiornare regolarmente il sito. Puntavamo a raggiungere, al massimo, un pubblico di un migliaio di lettori, ma non eravamo affatto sicuri di farcela…
Una innovazione importante, che rappresenta il futuro della televisione. Ma rispettare lobiettivo del 2006 per il passaggio al digitale sembra difficile e in ogni caso gli effetti sulla concorrenza nel settore meno dirompenti di quanto ipotizzato. Perché i consumatori acquisteranno i nuovi apparecchi solo se lofferta di programmi sarà adeguata, mentre per gli operatori si prospetta un lungo periodo di transizione dai rischi elevati e i ricavi incerti.
La spesa del settore pubblico per R&S è sullo stesso livello degli altri Paesi. Mancano invece gli investimenti privati e in particolare quelli dellindustria manifatturiera. I motivi? Imprese troppo piccole, che operano in settori a scarso contenuto tecnologico, oltre al basso livello di istruzione della forza lavoro. La soluzione non è allora nei generosi incentivi ai privati, ma in una politica di valorizzazione del capitale umano. E rinunciando a proteggere le produzioni industriali più tradizionali.
Investimenti in grandi opere e ricerca fuori dalla spesa pubblica e quindi dai vincoli imposti dal Patto di Stabilità: è una ricetta che non garantisce il rilancio delleconomia, come dimostra il caso-Giappone. Può diventare invece un’ottima scusa per abbandonare il rigore nei conti pubblici. Perché la “regola d’oro” funziona bene solo se la si applica come nel Regno Unito, ovvero mantenendo la sostenibilità della politica fiscale.
Importante il ruolo degli strumenti di finanziamento pubblico nelle politiche di formazione, ma le imprese giudicano ancora troppo elevati gli oneri burocratici e scarsa l’informazione sulle opportunità offerte. E alla deducibilità fiscale delle spese, dovrebbero essere affiancati incentivi per particolari tipologie di interventi formativi.
Servono centri di eccellenza con più ricercatori e più giovani, finanziati attraverso un sistema di distribuzione dei fondi pubblici sul modello inglese. E il riconoscimento della distinzione tra research e teaching universities. Evitando le relazioni troppo strette con lindustria che impediscono lesplorazione di opportunità radicalmente nuove. Se laccademia fa bene il suo mestiere, sono le imprese stesse che si preoccupano di costruire con i ricercatori legami proficui per entrambi.
Il recente regolamento europeo prevede che la gestione degli scambi di energia elettrica sia effettuata attraverso meccanismi di mercato. Una soluzione che non piace ai grandi consumatori italiani perché li priva del sussidio implicito garantito finora dal razionamento delle quantità. Ma per l’Italia potrebbe essere l’occasione per uscire dalla condizione di Paese meno competitivo in Europa in questo settore.