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Fallimenti, riforma a piccoli passi

Perduta la speranza di approvare in questa legislatura una riforma complessiva della legge fallimentare, il Governo ne ha approvato tre importanti modifiche. Si tratta solo di un ritocco per decreto della legge fallimentare del 1942, ma le novità sono importanti e devono nel complesso essere viste con favore. Prevedono una riduzione dell’azione revocatoria, una revisione del concordato preventivo e una disciplina degli accordi privati fra debitore e creditori. Resta il rimpianto di non essere riusciti ad approvare una riforma che avrebbe consentito una vera svolta.

Il nodo del lavoro pubblico

Nel settore pubblico continuano operare logiche diverse e distorsive rispetto al lavoro privato. Per rimediare a tali deficienze è necessaria una drastica riforma che immetta nel sistema pressanti incentivi di mercato o di quasi mercato e opportuni meccanismi di controllo che spingano le pubbliche amministrazioni ad agire come veri datori di lavoro. Nella situazione attuale, predomina la politica sull’amministrazione e la ricerca del consenso a qualsiasi prezzo sull’interesse pubblico e degli utenti dei servizi.

Elezioni senza Regioni

Nella campagna elettorale si è discusso molto poco di temi regionali. Forse perché il processo di decentramento è in una fase di ripiegamento. E se sarà approvata, la nuova riforma costituzionale è destinata ad accentuare ancora di più la confusione legislativa. Un peccato perché il decentramento potrebbe essere un importante elemento nella strategia di recupero d’efficienza del paese. Basta pensare al Nord Europa, dove i governi locali controllano più del 50 per cento delle risorse. Sono anche i paesi europei che crescono di più.

Banca mondiale: cosa fa, come cambiarla

La Banca mondiale deve diventare più trasparente e assumersi la responsabilità delle sue attività. Servono dunque meccanismi per misurare sistematicamente i risultati e valutare l’impatto reale di programmi e operazioni. Soprattutto, però, devono contare di più i paesi in via di sviluppo, accettando la loro richiesta di maggiore partecipazione al capitale. Ciò aumenterebbe i controlli interni e metterebbe la Banca mondiale nelle condizioni di promuovere meglio la riduzione della povertà e la stabilità economica internazionale.

Dove studiare

Un’adeguata riforma del sistema universitario italiano, che lo renda maggiormente competitivo a livello internazionale, richiede una forte mobilità degli studenti dagli atenei “peggiori” a quelli “migliori”. Per ottenere questo risultato occorre incidere non solo sui costi della frequenza universitaria fuori sede, ma anche sui benefici. Attraverso sistemi di differenziazione che accentuino le distanze tra università, ben oltre le differenze attuali, in gran parte illusorie. E garantendo meccanismi di selezione di tipo meritocratico.

Buoni scuola made in Italy

Una maggiore concorrenza tra scuole può migliorare la qualità della formazione. Ma non accade se lo strumento sono i buoni scuola così come introdotti in Italia. Non inducono spostamenti significativi di studenti da un tipo di scuola all’altro. Non risolvono i problemi finanziari delle famiglie povere, né sono un incentivo per gli alunni a migliorare la loro performance. Non c’è nessuna valutazione della qualità delle proposte. Sono un trasferimento finanziario alle scuole private, mascherato da finanziamento alle famiglie per aggirare il divieto costituzionale.

Il “buono” alla ligure

Così come concepiti in Liguria, ma anche in altre Regioni italiane, gli assegni di studio non rispondono ad alcuna delle argomentazioni teoriche generalmente accettate dalla letteratura economica. La loro funzione di promozione del diritto allo studio e della libertà di scelta delle famiglie è infatti ostacolata da alcune caratteristiche. Come il fatto che si tratti di un rimborso spese e di importo ridotto perché il limite di reddito per presentare la domanda è alto. E infatti i dati dimostrano che non hanno influenzato la dinamica del numero di iscritti alle scuole private.

Pisa e dintorni

L’importanza dell’indagine è fuori discussione. La questione vera è nel modo in cui vi si partecipa. La si può utilizzare per riflettere seriamente sulle caratteristiche del sistema scolastico italiano. Può essere lo spunto per far crescere nelle scuole competenze valutative specifiche e per costruire intorno a essa una rete di competenze di ricerca articolata a livello nazionale e locale. Sicuramente sbagliato è cercare di nascondere i problemi, magari utilizzando qualche “trucco” per migliorare i risultati degli studenti italiani nella prossima edizione.

Il disegno di un nuovo welfare

Cambia la visione delle politiche sociali: non necessariamente un “onere” per il sistema economico, ma un ausilio essenziale all’esigenza di conciliare crescita economica e sviluppo sociale. A patto di privilegiare i problemi dell’infanzia e il sostegno ai genitori per coniugare responsabilità famigliari e professionali. Varare misure che facilitino il passaggio dall’assistenza al lavoro. Legare la sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici a maggiori opportunità di lavoro e partecipazione sociale per gli anziani. Soprattutto in Italia.

L’Italia che ignora le norme

Il dibattito sui dazi contro le importazioni di prodotti cinesi mostra che in Italia c’è scarsa conoscenza delle norme sul commercio internazionale. Per esempio, non a tutti è chiaro che la competenza legislativa sulla politica commerciale non spetta ai singoli paesi, ma alla Comunità europea. Che a sua volta deve rispettare gli accordi Wto. Anche per questo si fa fatica a capire che tutte le strategie commerciali devono confrontarsi con un sistema internazionale improntato su regole precise e condivise da gran parte degli Stati della comunità internazionale.

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