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LA LEGGENDA DEL NUMERO FISSO DI POSTI DI LAVORO

 

SE LA CRISI NASCE DALLA DISUGUAGLIANZA

La crisi economico-finanziaria non nasce solo dagli squilibri internazionali. Ha come causa anche una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti. I salari dei lavoratori con basso tasso di istruzione sono infatti fermi da trent’anni, mentre l’economia americana è cresciuta del 100 per cento. Per adeguare i consumi a quel livello di crescita economica, la metà della popolazione ha fatto ricorso al debito, alla fine diventato insostenibile. La soluzione della crisi passa per politiche redistributive politicamente difficili da accettare.

DOPO IL REFERENDUM ALLA FIAT

Non sarà facile governare Mirafiori con il 50 per cento degli operai contrari all’accordo. Soprattutto, però, il referendum indica una volta di più che il nostro sistema di relazioni industriali fa acqua da tutte le parti: copre sempre meno lavoratori, interviene sempre più in ritardo, accentua i conflitti e non incoraggia gli aumenti di produttività e salari. Le riforme più urgenti riguardano le regole sulle rappresentanze sindacali, i livelli della contrattazione, la copertura delle piccole imprese, i minimi inderogabili e i confini fra contrattazione collettiva e politica.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio tutti i lettori per i commenti anche duri ma sempre civili. C’è una chiara spaccatura tra chi "sta" con Marchionne, vedendo il problema del declino italiano come prioritario, e chi contro, ritenendo inammissibile ridurre le tutele dei lavoratori a prescindere. E’ chiaro che queste posizioni, come anche la mia analisi, riflettono dei giudizi di valore, sui quali non ho nulla da dire. Ci sono dei dati di fatto che comunque è importante  aver presente e con cui è inevitabile confrontarsi.. Rispondo alle questioni più rappresentative.

·  Un punto che emerge spesso in questa discussione è che il problema della Fiat sia principalmente di modelli e di scarsa R&D. Non sono in grado di giudicare a fondo questa parte della strategia industriale, ma non credo che questo punto colga il segno. Fare modelli che vendono è condizione necessaria perché le fabbriche poi abbiamo qualcosa da produrre. Ma non sufficiente: se un impianto ha costi troppo alti, non sarà comunque competitivo. In altre parole, il problema dell’efficienza degli impianti si pone indipendentemente da quello dei modelli. E’ sbagliato pensare di sostituire innovazione di processo (efficienza produttiva) con innovazione di prodotto (modelli): le due cose sono complementari. Il mercato dell’auto è troppo competitivo per poter pensare di scaricare sui modelli le inefficienze produttive. Per sopravvivere, Fiat ha bisogno sia di modelli di successo che di impianti efficienti. Mi sembra che questa strategia sia coerente e non abbia alternative.

·  Un altro punto ricorrente nei commenti è che non è colpa degli operai ma delle inefficienze del sistema paese. Concordo pienamente. Sostengo da tempo che il paese è a rischio declino, che il contesto in cui si opera a tutti i livelli è sfavorevole e continua a peggiorare relativamente a quello degli altri paesi. Proprio per questo mi aveva stupito il lancio del progetto Fabbrica Italia. Quello che sta succedendo è che, visto che il paese non si muove, Marchionne cerca di "riformare in proprio" una parte delle "infrastrutture immateriali", cioè le regole che governano gli impianti. In un paese con una classe dirigente adeguata queste riforme sarebbero discusse e portate avanti a livello nazionale. Invece, qui vengono demandate a singoli contratti aziendali, che assumono una valenza sia simbolica che pratica nazionale. E’ chiaro che in questo momento sulle spalle dei cinquemila lavoratori che stanno partecipando al referendum c’è molto di più di ciò che loro dovrebbero portare. Credo che questo spieghi anche l’atteggiamento della FIOM.

·  Un altro punto riguarda l’esigibilità: bastano le norme contrattuali? Che limiti esatti impongono al diritto di sciopero? Valeva la pena alzare il tono dello scontro aumentando la conflittualità come ha fatto Marchionne? Su questi aspetti ho seri dubbi anch’io. In un paese in cui il sistema giudiziario funziona male (si torna sempre all’inefficienza generale di contesto), non è chiaro che un contratto sia sufficiente a garantire la governabilità, particolarmente quando viene firmato in un’atmosfera così incandescente, in buona parte dovuta alle recenti dichiarazioni di Marchionne.  

SALARI E OCCUPAZIONE, LE CONSEGUENZE DI MIRAFIORI

Il dibattito sul piano Fiat si è finora concentrato sugli aspetti di democrazia sindacale e ha ignorato gli effetti macroeconomici. Cosa accadrebbe a occupazione e salario reale se l’accordo venisse esteso all’intero sistema di relazioni industriali dell’economia? Bisogna distinguere tra un prima e un dopo gli investimenti. Nel breve termine, il salario reale tenderà a ridursi e l’occupazione ad aumentare. Nel medio periodo, una volta effettuati gli investimenti, anche i salari dovrebbero aumentare insieme all’occupazione.

LE COSE NON DETTE SUL CASO FIAT

L’obiettivo principale degli accordi di Pomigliano e Mirafiori è la governabilità degli impianti. La Fiat vuole garanzie prima di effettuare gli investimenti, nella convinzione che il sistema di relazioni industriali italiano non sia adeguato alla gestione di grandi impianti. Ma la sfida competitiva per il nostro paese si gioca in buona parte proprio sulla capacità di aumentare il numero di organizzazioni complesse e di grandi dimensioni. Sarebbe ora di mettere mano a una riforma organica del diritto del lavoro che affronti insieme la flessibilità interna ed esterna.

LE RELAZIONI INDUSTRIALI DOPO MARCHIONNE

L’accordo Fiat mette fine al contratto nazionale di lavoro che ha caratterizzato le relazioni industriali del dopoguerra. Nel nuovo scenario saranno le singole imprese a decidere se applicare il contratto nazionale o ricorrere a un contratto aziendale, che consenta di adattare le condizioni contrattuali alle vicende aziendali, sempre più diversificate anche all’interno di uno stesso settore. Si ridurrà così la funzione sindacale classica. E le rappresentanze delle imprese saranno relegate alla funzione di lobby, con pochi strumenti per intervenire sulla politica economica.

FACCIAMO UN PO’ DI LUCE SUL LAVORO NERO *

L’andamento del tasso di irregolarità nel periodo 1980-2009 suggerisce che esistono elementi particolarmente resistenti alle politiche anti-sommerso. Perché sono fattori di natura strutturale. Ma se siamo di fronte a un tasso sistemico di sommerso, solo con politiche e riforme a spettro e durata altrettanto ampia si può sperare di ottenere risultati visibili e persistenti. Tuttavia, se l’intento è lo sradicamento del lavoro nero, allora lo strumento migliore è la realizzazione di una pubblica amministrazione onesta e funzionale.

PERCHÉ È COSÌ LENTA LA RIPRESA ITALIANA

La ripresa dell’economia italiana nel 2010 è stata lenta. Per due ragioni. Alcune aziende guadagnano quote di mercato, ma ce ne sono molte altre che stanno perdendo competitività, il che fa salire le importazioni. E i consumi privati e pubblici sono frenati dal cattivo andamento del mercato del lavoro e dalle politiche di bilancio restrittive. Per un migliore 2011, è cruciale che la crescita diventi un fenomeno più diffuso. Con piccole imprese che crescono e giovani lavoratori che non vengono tenuti ai margini per troppi anni.

Infortuni sul lavoro tra povertà e sommerso *

Gli incidenti sul lavoro in Italia sono apparentemente meno della media europea, anche se il tasso effettivo è probabilmente più elevato. La discrepanza è dovuta all’esistenza di una fiorente economia sommersa e all’influenza della criminalità organizzata nelle regioni del Sud, che impedisce la denuncia degli infortuni. Sempre nel Mezzogiorno vive circa il 67 per cento delle famiglie in povertà relativa. L’obiettivo primo dovrebbe essere perciò la riduzione del tasso di povertà, sia combattendo il sommerso, sia con stanziamenti ad hoc gestiti dalla Conferenza delle Regioni.

 

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