Perché i delegati Fiom hanno invitato i lavoratori a votare sì al referendum alla ex Bertone sull’accordo proposto dalla Fiat, dopo aver alzato barricate in situazioni simili a Pomigliano e Mirafiori? La ragione è semplice. Alla ex Bertone, la Fiom ha la maggioranza assoluta fra gli iscritti al sindacato. Un suo no all’accordo avrebbe voluto dire addio al progetto di rilancio dello stabilimento. In quel sito produttivo era impossibile scindere le questioni di principio dal destino dei lavoratori. In queste condizioni, è emersa una forte maggioranza di sì all’accordo. A Pomigliano e Mirafiori la Fiom poteva permettersi di ergersi a paladina dei diritti negati senza doversi assumere le conseguenze di questa scelta. L’accordo poteva essere fatto anche senza il suo consenso, come è regolarmente avvenuto. È una strategia che politicamente paga, come ha dimostrato l’analisi del voto del referendum a Mirafiori che abbiamo pubblicato su questo sito. Ma che si regge unicamente su un sistema di rappresentanza che incentiva la differenziazione fra le sigle sindacali e la politicizzazione del dibattito. Messi di fronte alla piena responsabilità delle proprie scelte, in quanto sindacato di maggioranza, anche la sigla più intransigente ha scelto di firmare. L’esperienza di Germania e degli Stati Uniti, paesi per altri aspetti diversissimi fra loro, insegna la stessa cosa: la presenza di interlocutore unico (in quei paesi c’è un solo sindacato in fabbrica) ha contribuito a gestire in modo efficiente i processi di ristrutturazione.
Questo episodio testimonia una volta di più la necessità di riformare il sistema di rappresentanza. Chiaramente, non è possibile istituire un sindacato unico per legge. Ma è possibile adottare regole che disincentivino la frammentazione e favoriscano la contrattazione decentrata. Si aumenterebbe la forza contrattuale dei rappresentanti dei lavoratori e si renderebbero più lineari i processi di negoziazione con l’azienda. È tempo di mettere mano alle varie proposte che giacciono in Parlamento.
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Il presidente francese vuole imporre alle imprese che pagheranno dividendi sull’esercizio 2010 di versare un premio anche ai propri dipendenti. È una pessima idea sotto il profilo economico, politico e di bilancio. Perché non cambierà nulla nella retribuzione dei francesi, ma sposterà l’onere delle parti variabili del salario dalle aziende alla collettività. E tutto ciò proprio mentre la Francia presenta a Bruxelles il Piano di stabilità per il periodo 2011-2014, nel quale si impegna a un maggior rigore di bilancio.
Grazie per la diecina di commenti. Rispondo brevemente, in modo collettivo. Semplificando un po ma non troppo, le questioni sollevate sono tre: (i) bisognerebbe saperne di più, sulle varie forme e caratteristiche del lavoro precario; (ii) serve un welfare diverso, improntato a criteri di universalismo e di equità e per un intervenuto anche di flessibilità quanto a licenziamenti; (iii) occorre avere una prospettiva di medio-lungo periodo, per essere consapevoli dei problemi che si porranno e cominciare ad affrontarli sin da adesso.
Sulla sostanza dei commenti sono daccordo. Faccio qualche precisazione.
BISOGNEREBBE SAPERNE DI PIÙ, SUL LAVORO PRECARIO
È vero. I dati amministrativi che ho presentato riguardano le assunzioni e cessazioni di rapporti di lavoro dipendente a meno di quello domestico e di quello intermittente e le collaborazioni di tipo subordinato co.co.pro. e lavoro a chiamata. Mancano i lavoratori precari camuffati da partite IVA e da tirocini o stage (Maurilio M). I dati si riferiscono a movimenti entrate e uscite dal lavoro dipendente e parasubordinato e non alle teste, cioè al numero di lavoratori coinvolti (Paolo R). Servirebbero dati tempestivi anche su mansioni e salari (Luca V). Aggiungo che sappiamo molto poco sul lavoro nero, e per buoni motivi: è difficile documentare la dinamica corrente di un fenomeno nascosto perché irregolare.
Ciò detto, il fuoco della nota era sulle opportunità che offre una nuove fonte: i dati amministrativi sulle comunicazioni obbligatorie elaborati in maniera omogenea da alcune Regioni. I motivi per i quali sono interessanti sono due: riguardano flussi assunzioni e cessazioni e sono quindi particolarmente utili per cogliere levoluzione della congiuntura; sono resi disponibili con notevole tempestività hanno anticipato di qualche settimana le stime trimestrali dellIstat sulle forze di lavoro.
Certo, cè dellaltro da sapere. Il fatto è che, nonostante il profluvio di previsioni normative dal pacchetto Treu del 1997alla riforma Maroni del 2004, il ritardo nella compiuta attuazione di un Sistema Informativo del Lavoro è stupefacente. E lentità del ritardo risalta con maggior evidenza se si ricorda che i primi infelici (e costosi) tentativi di realizzare un Teleporto del Lavoro risalgono a circa trentanni fa.
Il problema, poi, non è solo nei dati. Partite IVA e tirocini o stage che camuffano occupazione dipendente precaria, e ancor più il lavoro nero, chiamano in causa una regolazione inadeguata dei rapporti di lavoro e, soprattutto, carenze nella vigilanza e nel controllo sullapplicazione di norme sul lavoro (Isabella N).
SERVE UN SISTEMA DI WELFARE PROFONDAMENTE DIVERSO
È risaputo che il nostro mercato del lavoro è segmentato e che limpianto degli ammortizzatori sociali obbedisce a una logica categoriale, frammentata. Purtroppo, con la crisi economico-finanziaria del 2008, e i suoi riflessi sulloccupazione, questi tratti si sono accentuati. Lindirizzo scelto dal Governo, infatti, può essere riassunto in due affermazioni:
(a) questo non è il tempo delle riforme, ma degli interventi-tampone in attesa che passi la nottata. Detto altrimenti, si accantona ogni ipotesi di riforma del welfare e ci si concentra su interventi puntuali;
(b) vi è una forte concentrazione degli interventi in favore del mantenimentodelloccupazione, mirati cioè ai lavoratori sospesi prevalentemente lavoratori con contratto a tempo indeterminato, e lestensione di benefici a categorie di lavoratori precedentemente esclusi avviene secondo una logica derogatoria e particolaristica.
Pagano soprattutto i precari: in larga parte giovani, ma anche meno giovani gli ultraquarantenni (Giulio). La strada per uscire da questo cul de sac non può che essere una profonda riforma della regolazione dei rapporti di lavoro e del welfare. Quali i criteri ispiratori? Li riassumo in due parole-chiave: universalismo selettivo un binomio solo apparentemente contraddittorio, che segnala la scelta per interventi generalizzati per chi si trovi in condizioni di bisogno; equità distributiva. Tutto da inventare? No. Ci sono gli esempi virtuosi di vari paesi, condensati in una parola: flexicuruty, insieme flessibilità nei rapporti di lavoro (Luca G) e sicurezza sociale, realizzata questultima con un sistema universalistico largamente omogeneo, selettivo quanto a requisiti di ammissibilità, con diritti e doveri per i beneficiari (Vincesko).
Ma quanto tempo richiede? Non pochissimo anche perché i vincoli della nostra finanza pubblica sono severi, ma neppure uneternità. Abbiamo un esempio alle porte di casa: la Germania. Provata dalle conseguenze dellunificazione, affronta il problema nel 2002: una Commissione nominata dal Governo federale lavora da febbraio ad agosto; Parlamento e Governo mettono in atto le riforme in tre tappe a gennaio del 2003, del 2004 e del 2005; le riforme sono sistematicamente monitorate e valutate nei loro effetti, e progressivamente aggiustate. Certo, servono lungimiranza, determinazione e largo consenso: merci che, purtroppo, da noi non abbondano.
E NECESSARIA UNA PROSPETTIVA DI MEDIO-LUNGO PERIODO
Questo ci porta allultimo punto. Le questioni basilari con cui lItalia deve confrontarsi sono strutturali: perdurante stagnazione, bassa crescita della produttività, in prospettiva rischio di squilibri previdenziali nel senso, largo, dellemergere di una massa di pensionati poveri, ai cui bisogni occorrerà comunque far fronte (Dino B, Roberto A).
La risposta è in due indirizzi di fondo, strettamente connessi:
(a) riprendere un percorso di crescita tra laltro, la flexicurity è sostenibile soltanto in un quadro di sviluppo e di alta occupazione;
(b) non limitarsi a tamponare alla belle meglio i problemi di oggi, ma guardare al futuro. «È [nella] veduta corta, in questa incapacità di andare oltre il calcolo di breve periodo e di guardare il futuro lungo che sta la radice più profonda della crisi in atto».(1)
(1) Tommaso Padoa-Schioppa, La veduta corta. Conversazione con Beda Romano sul Grande Crollo della finanza, Bologna, Il Mulino, 2009.
Le manifestazioni di sabato 9 aprile hanno riportato allattenzione dei media alcune pesanti lacune del sistema di sicurezza sociale italiano. Come più volte ricordato su staging.lavoce.info la segmentazione del nostro mercato del lavoro è fra le più severe del continente. Nelle nostre imprese, ma persino nelle istituzioni pubbliche, lavorano fianco a fianco persone che svolgono identiche mansioni, con gli stessi titoli di studio e la stessa professionalità. Il principio di equità imporrebbe che ricevessero lo stesso trattamento, invece si trovano in posizioni completamente diverse. I lavoratori tutelati da una parte, i precari dallaltra.
CONTRATTO UNICO E INDENNITÀ DI LICENZIAMENTO
I lavoratori precari hanno diritti limitatissimi che, a seconda del tipo di contratto, possono persino non prevedere periodi di maternità e ferie. Più in generale, un precario non riceve liquidazioni, non ha diritto al sussidio di disoccupazione in caso di licenziamento, non matura anzianità retributiva. Se a lunga scadenza le strategie tese a limitare i costi materiali e psicologici di questa condizione sono molteplici e ben descritte, per esempio, dai documenti di indirizzo della Commissione europea, nel breve periodo è possibile chiedere e ottenere lintroduzione di forme di compensazione della condizione di precarietà sofferta in grandissima parte dalle generazioni più giovani. (1)
Sulla scia della proposta di Tito Boeri e Pietro Garibaldi proponiamo un meccanismo di indennizzo del lavoratore precario. (2) Tutti i contratti a tempo determinato vengono unificati dal punto di vista previdenziale. I versamenti previdenziali prevedono tre componenti: sanitaria, pensionistica e di indennità di licenziamento. Questultima componente è la novità. I versamenti per indennità di licenziamento sono una somma di denaro fissa nei mesi di prova, poi divengono una funzione crescente del salario nei mesi successivi. Il tasso di crescita dellindennità diminuisce e diviene zero nei mesi precedenti alla scadenza della massima durata di contratti a tempo determinato. Landamento del totale accantonato è rappresentato nel grafico sottostante. Allo scadere della durata massima del contratto a tempo determinato, il datore di lavoro può scegliere se trasformare il contratto a tempo indeterminato o se licenziare il lavoratore e pagare lindennità di licenziamento.

Quali sono gli effetti di questo meccanismo?
Per le imprese che assumono a tempo indeterminato tutti i lavoratori già assunti a tempo determinato, lintroduzione dellindennità non implica nessun costo aggiuntivo.
Le imprese che assumono a tempo determinato e poi decidono di non tenere un proprio dipendente a tempo indeterminato, invece, pagheranno un costo aggiuntivo. Costo che rappresenta un indennizzo al lavoratore rimasto disoccupato che effettivamente soffre i costi della flessibilità di cui gode limpresa. Il costo aggiuntivo è basso e costante per i mesi di prova, quando è ragionevole consentire una valutazione del lavoratore. Il fatto che il sussidio cresca velocemente dopo il periodo di prova fa sì che le imprese non abbiano la perversa convenienza a interrompere contratti, per poi ristipularne a distanza di poco tempo (pratica diffusa addirittura per i dipendenti dei nostri ministeri). Laumento non lineare del pagamento fa sì che la somma dellindennità di due contratti di un anno sia superiore allindennità di un contratto di due anni.
(1) European Commission Employment in Europe, ottobre 2010.
(2) Boeri T. e Garibaldi P. Un nuovo contratto per tutti, Chiarelettere, 2008.
I lavoratori precari riescono a organizzare per la prima volta una manifestazione nazionale, sabato 9 aprile. Anche perché sono sempre di più. A due anni e mezzi dall’inizio della crisi e dopo un 2009 disastroso per l’occupazione, il mercato del lavoro italiano attende ancora un’effettiva inversione di tendenza, benché la dinamica nel 2010 sia stata meno negativa rispetto all’anno precedente. La crescita debole delle assunzioni per gli under 30 e il peso decrescente di quelle con contratti a tempo indeterminato segnalano che l’occupazione è sempre più precaria e che le conseguenze della crisi gravano sempre più sui giovani.
La decisione di Fiat di interrompere la produzione di autovetture nello stabilimento di Termini Imerese pone un’importante questione: quale sarà il destino del polo industriale siciliano? Non tutto è perduto per i lavoratori: esistono tre concrete alternative che prevedono la prosecuzione della produzione di automobili. Una ipotesi è in continuità con l’attività Fiat, una seconda punta su una luxury car e la terza è decisamente innovativa, con la realizzazione di auto elettriche. Ma è prioritario risolvere le inefficienze che hanno portato all’abbandono del gruppo torinese.
Molti ritengono che l’industrializzazione sia fondamentale per garantire lo sviluppo economico delle aree depresse. Tuttavia, uno studio recente dimostra che nel nostro paese l’effetto di indotto sull’economia locale dell’espansione del settore manifatturiero è nullo. Perché? Tre le possibili spiegazioni. Una vale per l’Italia intera, la seconda riguarda essenzialmente il Mezzogiorno. La terza offre una lettura per il Centro-Nord.