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La riforma del lavoro in Italia dovrebbe rispondere anche al desiderio delle imprese di limitare la dimensione giudiziaria del contenzioso sul lavoro. Negli Stati Uniti molte aziende risolvono la questione stabilendo già al momento dell’assunzione che in caso di controversie il lavoratore ricorrerà all’arbitrato e non al giudice. Una soluzione che comporta alcuni benefici, come mostra uno studio sull’esperienza di una grande società. E, pur con le cautele del caso, suggerisce una riflessione più ampia sulla regolamentazione dell’arbitrato nel nostro diritto del lavoro.
Le donne soffrono di più la crisi: i dati in proposito sono molto chiari. La riforma del mercato del lavoro propone alcune misure apprezzabili, ma si tratta di interventi simbolici. Mentre non trovano spazio sufficiente la tutela delle donne, il riconoscimento del peso del loro ruolo familiare e gli incentivi a una loro maggiore presenza sul mercato del lavoro. Obiettivo di una riforma efficace dovrebbe essere la riduzione dei divari di generazione e di genere, già così ampi nel nostro paese. E dovrebbe cercare di diminuire, non di accrescere, la dipendenza dei figli dalla famiglia.
Dalla mediazione tra governo e partiti è uscita una riforma del lavoro con più rigidità in uscita in cambio di meno restrizioni all’abuso di contratti temporanei rispetto alla proposta iniziale. Il compromesso ci consegna un mercato del lavoro che non risolve il dualismo e che aumenta il cuneo fiscale e la complessità della procedura di licenziamento. Ci sarebbe voluto molto più coraggio sulla limitazione delle forme di lavoro parasubordinato e sul percorso verso la stabilità di chi cerca lavoro a tutte le età. A ridurre il precariato ci penserà, inevitabilmente, la prossima riforma.
Gli effetti dei regimi di protezione dell’occupazione sul mercato del lavoro in termini di efficienza per imprese e lavoratori sono oggetto di studio e di dibattito approfondito. Meno attenzione è dedicata agli effetti sulla crescita di lungo periodo. Modificando gli incentivi delle imprese all’adozione di tecnologie più innovative nei settori con forza lavoro più qualificata, elevati costi di assunzione e licenziamento rallentano l’espansione di questi settori e la crescita della produttività, favorendo una specializzazione basata su settori maturi e tradizionalmente meno innovativi.
Il Governo insiste che non cambierà una virgola della riforma del lavoro. Ma la riforma ancora non cè. Due lettere inviate ai quotidiani nei giorni scorsi dai ministri Fornero e Patroni Griffi hanno chiarito che non è affatto chiaro ciò su cui politici, tecnici e parti sociali si stanno scazzottando (lespressione è di uno dei pugili, Pierluigi Bersani). La prima lettera ci informava del fatto che il Governo deve ancora definire il regime che si applicherà alle partite Iva e che le proposte saranno messe a punto entro pochi giorni. La seconda lettera sosteneva che la riforma comunque non si applicherà al pubblico impiego, contravvenendo al testo licenziato solo due giorni prima dal Consiglio dei Ministri e aprendo conflitti fra dipendenti pubblici e privati nonchè possibili problemi di costituzionalità della riforma.
Non si tratta certo di aspetti secondari. Coinvolgono milioni di lavoratori. Questi chiarimenti che intervengono dopo settimane di tira e molla nella cosiddetta concertazione, riunioni Abc che annunciano accordi sul testo elaborato dal tavolo e, infine, un Consiglio dei Ministri che ha approvato la riforma ci pongono alcuni quesiti inquietanti. Di cosa hanno mai discusso al tavolo? Di cosa si è parlato in tutto questo tempo se nodi così essenziali non sono ancora stati definiti? Su cosa ci si è confrontati nei tavoli tecnici? E come è possibile che il confronto politico possa aspirare ad una sintesi, fondata su soluzione pragmatiche anziché contrapposizioni ideologiche, se non cè una base di proposte ben definite da cui partire? Attorno a cosa bisogna aspirare a raccogliere il consenso? Ancora, perché alimentare ansie di lavoratori e datori di lavoro annunciando provvedimenti ancora non ben definiti? Perché creare cosi tanta inutile incertezza attorno al modo con cui verranno regolati in futuro i rapporti di lavoro?
Mai forse come in questo caso il diavolo è nei dettagli. Per definire questi dettagli bisogna scrivere un testo di legge e simulare gli effetti, i costi, di diverse alternative. Invece di molti richiami di circostanza ad un confronto civile e meno ideologico, dovremmo tutti chiedere al governo: per favore dacci un articolato!
La possibilità del reintegro nel posto di lavoro non è la questione fondamentale nella discussione sulla riforma del lavoro. È più importante disegnare l’indennità di licenziamento in modo da ridurre il contenzioso. La riforma Fornero non risolve il problema. Meglio sarebbe ricorrere a un meccanismo simile a quello tedesco, che prevede un indennizzo automatico per il lavoratore. Servirebbe a responsabilizzare aziende e dipendenti. Senza impedire il ricorso al giudice se il lavoratore ritiene ingiusto il licenziamento.
Ringrazio tutti i lettori e cerco di rispondere ai quesiti sullanalisi proposta nellarticolo.
1) Luca Falciasecca, HK e Arnaldo Mauri notano come lintermediazione informale ci sia in tutto il mondo e che spesso svolga una funzione positiva – una sorta di passa parola – circa le qualità (il talento) di un soggetto. Sono assolutamente daccordo, infatti nella tabelle e nel grafico, ho indicato a parte questo dato relativo allinformale professionale. Letichetta applicata non è delle più felici Attraverso ambiente [lavorativo], pertanto invito alla lettura dellarticolo completo dove questi passaggi sono chiariti in maniera (spero) esaustiva. Quello che rimane, al netto di coloro che trovano lavoro informalmente in virtù della loro (buona) reputazione, è proprio la quota di posti di lavoro gestiti fuori dal mercato: o attribuiti per trasmissione parentale (il posto nello studio, nellimpresa, nel negozio di famiglia) o perché dati su segnalazione o raccomandazione.
2) Simone Caroli e Luigi Oliveri si chiedono se la riforma in corso modificherà le cose, e suggeriscono anche in che direzione si potrebbe agire, rimarcando soluzioni anche da noi proposte e sostenute. Faccio notare nel documento licenziato dal CdM, e quindi ancora provvisorio, alcuni passaggi: Per i centri per limpiego, è necessario individuare Livelli Essenziali di Servizio omogenei
[erogati] direttamente o da agenzie private
Vanno definite premialità e sanzioni per incentivare lefficienza dei servizi per il lavoro e per spingere a comportamenti virtuosi sia i soggetti che erogano i servizi, sia le persone/lavoratori che beneficiano dei servizi e dei sussidi. Occorre prevedere
una dorsale informativa unica e lutilizzo dei flussi congiunti
caratterizzato da codifiche uniformi
condizione essenziale
per realizzare la convergenza tra politiche passive e attive [ovvero lASpI]
3) Cristina Gardani e Savino invece mettono laccento sul costo opportunità che la pratica diffusa della raccomandazione crea in termini di riduzione delle posizioni libere sul mercato (quelle per cui concorrere) per chi è sprovvisto di una rete personale. In particolare se le persone migliori non sono nei posti migliori la produttività ne risente e, visto il livello medio della crescita economica del nostro paese negli ultimi anni, parrebbe che il fenomeno sia diventato eccessivo, anzi patologico. Come per molti altri aspetti della vita economica, linefficienza, non è più sostenibile. Quando le cose vanno male, si deve risparmiare su tutto e anche il raccomandato diventa un lusso non tollerabile. Inoltre la raccomandazione potrebbe creare cattiva produzione ovvero servizi erogati sotto gli standard tradizionali (banalizzando: il padre bravo avvocato difendeva meglio del figlio cattivo avvocato. Ciò vale per il dentista come per il fornitore di componenti, per lidraulico come per il ristorante, ecc.) e quindi per lutente la raccomandazione diventa un danno economico (e a volte fisico) e non solo una recriminazione personale.
4) Marco Ascari e Roberta dArcangelo parlano di politici. Anche altri notano come nel privato alcuni comportamenti siano semplicemente deprecabili mentre nel pubblico diventano penalmente rilevanti. Ovviamente sono daccordo con questa lettura, ma attenti ad una generalizzazione: combattere chi ha inserito (o si è fatto inserire) nella PA impropriamente è un bello sport che va praticato intensamente, invece dire che chi è nella PA è, necessariamente, un raccomandato è una offesa gratuita. Eccellenze e persone per bene e preparate nella Sanità, nellIstruzione, nelle Aziende Pubbliche, nella Amministrazione Centrale e Periferica non sono una eccezione e spesso suppliscono a fallimenti della politica e del mercato, generano progresso e profitti. Generalizzare vuol dire umiliare chi lavora in condizioni difficili e fare il gioco di chi non lavora. Scendere nel dettaglio e fare i nomi è la strategia più indicata, a mio avviso, per non scadere nel populismo.
5) Invito Roberta dArcangelo a leggere il testo completo in cui il raffronto tra lintermediazione lato offerta e lato domanda viene fatto per sotto-popolazioni omogenee (per esempio i giovani nel privato) e i risultati convergono in maniera sorprendente.
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