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Come lavorare di più

Il dibattito sulla necessità di aumentare le ore di lavoro annuo per occupato ha ignorato finora il ruolo della contrattazione collettiva e ha analizzato il problema come se il numero di giornate lavorative potesse essere deciso per legge. Al contrario, l’unico modo per ridurre il gap di ore lavorate pro-capite tra Italia e altri paesi è attraverso i contratti collettivi, offrendo ai lavoratori uno scambio tra giorni di ferie e reddito disponibile più alto grazie a sgravi fiscali sulle ore lavorate in più. Tagliare le festività, invece, non assicura lo stesso risultato.

Un trampolino verso un impiego stabile?

L’efficacia del lavoro interinale come trampolino verso un’occupazione stabile è solitamente discussa sulla base di pregiudizi ideologici e senza disporre delle informazioni statistiche necessarie. Il dibattito sarebbe più utile e sereno se si basasse su valutazioni capaci di identificare il più precisamente possibile l’effetto causale di questo strumento contrattuale al netto di ogni fattore di confondimento. Uno studio con queste caratteristiche dimostra che il lavoro interinale è efficace nel portare ad un lavoro stabile, ma non più di altre tipologie contrattuali flessibili.

Part-time senza entusiasmo

In Italia il part-time è ancora poco diffuso. I molti interventi susseguitisi negli ultimi anni per favorirne l’adozione hanno ridotto le rigidità normative e contrattuali che lo rendevano costoso per le imprese. Per i lavoratori i rischi restano maggiori dei benefici. Andrebbero invece facilitati i passaggi da full-time a part-time e viceversa, l’utilizzo di congedi parentali e formativi flessibili, l’investimento formativo e la progressione professionale. Così non sarebbe più solo una scelta obbligata per donne costrette a conciliare impegni familiari e di lavoro.

L’artigianato straniero del Piemonte

La regolarizzazione di quasi 700mila lavoratori extracomunitari non è priva di effetti sulle statistiche sull’occupazione. L’analisi dei dati, anche in caso particolare come quello delle iscrizione all’Inps dei dipendenti di imprese artigiane in Piemonte, offre molti spunti di riflessione: sulla congruità delle quote di ingresso e sull’entità della domanda di lavoro rivolta anche a cittadini extra-comunitari. E su come identificare le aree di attività in cui è maggiore l’impiego di stranieri.

Il sindacato nella riforma del lavoro

Nel decreto legislativo di riforma del lavoro tocca il suo culmine la tendenza a delegare funzioni paralegislative alle parti sociali. Ma quali sono le conseguenze dell’ormai inestricabile intreccio tra legge e contrattazione collettiva? Al di là di incoerenze ed equivoci, bisognerebbe distinguere tra concertazione, intesa come forma di cooperazione tra pubblico e privato-collettivo, e contrattazione collettiva, che è invece una manifestazione dell’autonomia negoziale privata. E alla luce di questa distinzione andrebbe affrontato il problema della riforma delle regole della rappresentanza sindacale.

L’occupazione cresce ancora

Nonostante il brusco rallentamento dell’economia, il mercato del lavoro “tiene” e il tasso di occupazione aumenta, anche se resta lontano dai livelli europei. Arriva però un segnale preoccupante: l’occupazione cresce solo al Nord e resta ferma nel Mezzogiorno. Un motivo in più per ricorrere a un decentramento territoriale della contrattazione collettiva. Quanto all’aumento del part-time, è un elemento cruciale per aumentare l’occupazione italiana femminile nel lungo periodo, ma implica una automatica diminuzione del numero di ore lavorate per addetto.

Perché Lisbona resta un miraggio

Come da rituale, i capi di Governo riuniti a Bruxelles scoprono che l’Europa è ancora ben lontana dal diventare il continente più competitivo del pianeta. Perché le scelte politiche dei singoli paesi sono spesso in contrasto con gli obiettivi fissati nel 2000. Non tutti per esempio vogliono un aumento del tasso di occupazione perché implica tagliare i privilegi di alcuni. Così come è un errore limitare l’arrivo di lavoratori dai nuovi paesi membri. Se l’obiettivo è aumentare le ore lavorate, meglio aprire i flussi invece di chiedere agli italiani di ridurre le ferie.

In crisi di identità

D’Amato lascia una associazione in crisi di identità. Dall’apertura a nuovi comparti sono nate forti contraddizioni e l’impossibilità di conciliare interessi troppo diversi, come quelli delle imprese di Stato e di quelle esposte alla concorrenza. Né maggior fortuna ha avuto il tentativo di rilanciare Confindustria come soggetto politico. Per continuare a vivere, l’organizzazione dovrà valorizzare interessi generali degli imprenditori e la loro immagine nel paese, offrendo rappresentanza alle aspirazioni delle piccole imprese a diventare più grandi. Banchi di prova le politiche dell’immigrazione, il decentramento della contrattazione e i conflitti di interesse nel governo delle imprese.

Metti un Montezemolo nel motore

Dopo la gestione D’Amato, con il suo magro bilancio, sarà facile per la nuova presidenza riportare Confindustria su posizioni di maggiore indipendenza dal Governo. Sarà più difficile ricostruire le ragioni che giustificano l’esistenza stessa dell’organizzazione. Abbandonata l’originaria vocazione industrialista, ha ampliato tropo i suoi confini, fino a rendere inefficace la sua azione. Gli interessi imprenditoriali finiranno perciò con il riorganizzarsi al di fuori del suo ambito. A meno che Montezemolo non riesca a ridarle lo smalto perduto

La scelta di Confindustria

Sotto la presidenza D’Amato, la Confindustria ha seguito una politica volta a ridimensionare spazio e ruolo delle relazioni sindacali e a derubricare il metodo della concertazione, ritenuto troppo macchinoso nel nuovo contesto competitivo. Questa strategia, in parte rivista nell’ultima fase, ha però prodotto un forte inasprimento della conflittualità e risultati incerti. Emblematica la vicenda dell’articolo 18. Per il nuovo gruppo dirigente si pone quindi un problema di generale ridefinizione della strategia di relazioni industriali.

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