Ciao Paolo
Ingenuamente avevamo sperato
stai un pò a veder che su quella poltrona
fatto un pò d’ordine, steso il bucato
ci hanno mandato una brava persona
L’identikit sembra quello più adatto
colto, perbene, senza estremismo
il Paolo Mieli non teme ricatto
e poi ha creato il cerchiobottismo!
ma sin da subito han precisato
che non gradivano un indipendente
e che il suo solo e vero mandato
era di fingersi il Presidente
Chi decideva e deciderà
continua ad essere il fido scudiero
l’abbronzatissimo arcigno Saccà
che prende ordini solo al maniero
Quando il buon Mieli ha alzato la voce
sui giornalacci di moglie e fratello
è incominciato un rombo precoce
hanno iniziato a fare un macello
Guarda sto qui, si è proprio montato
meriterebbe una bomba all’uranio
pensa che vuole esser pagato
gli stessi soldi di Alda d’Eusanio.
Così è finita anche questa puntata
certo qualcuno oramai delinque
tanto la Rai va smantellata
e rimarremo con Canale cinque.
Autore: Desk Pagina 194 di 196
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Il recente regolamento europeo prevede che la gestione degli scambi di energia elettrica sia effettuata attraverso meccanismi di mercato. Una soluzione che non piace ai grandi consumatori italiani perché li priva del sussidio implicito garantito finora dal razionamento delle quantità. Ma per l’Italia potrebbe essere l’occasione per uscire dalla condizione di Paese meno competitivo in Europa in questo settore.
Mezzo paese in black-out energetico. Colpa del caldo record? Niente affatto. Era tutto prevedibile. Colpa della miopia di chi ci ha condannato a essere un paese che genera poca energia elettrica. E colpa di una riforma costituzionale che assegna troppi poteri in materia agli enti locali. La sicurezza energetica nazionale deve prevalere su interessi locali. Soprattutto ora che la liberalizzazione del settore a livello europeo imporrà di assegnare i diritti a importare energia su base competitiva. In questo quadro, i sussidi impliciti che lo Stato passa ad alcuni grandi clienti non trovano più giustificazione.
Continua la crescita dell’occupazione in Italia: abbiamo creato 2 milioni di posti di lavoro negli ultimi 5 anni. Evviva! Ma non crescono il reddito e i consumi. Forse allora è sommerso che emerge, in parte in seguito alla sanatoria degli immigrati. Le vere riforme del mercato del lavoro sono quelle che permettono di programmare realisticamente i flussi anzichè obbligare gli immigrati di cui abbiamo bisogno a entrare clandestinamente nel nostro paese. Bisogna anche intervenire sul dualismo territoriale. L’occupazione ristagna al Sud, mentre cresce al centro-nord.
Le baruffe sui nomi per il rinnovo dei vertici delle tre società nate per gestire la liberalizzazione del settore elettrico rendono evidente un conflitto tra diritto di proprietà (del ministero dellEconomia) e potere di indirizzo strategico (del ministero delle Attività produttive). Da qui unimpasse che invece di essere risolta con una ridistribuzione dei pacchetti azionari, è affrontata come ai tempi delle partecipazioni statali, con il regime di prorogatio.
Promuovere i mercati significa anche costruire una infrastruttura adeguata a tenerli in vita. Ci vogliono autorità che tutelino la concorrenza, capaci di pungere. Bisogna anche prevenire il formarsi di coalizioni che agiscano contro i mercati. Un efficiente sistema di protezione sociale fa parte di questa infrastruttura che serve a tenere in vita i mercati. I lavoratori lasciati senza assicurazioni contro il rischio di mercato finiranno altrimenti per allearsi con i monopolisti nel combattere i mercati. E’ già successo tante, troppe volte. Bisogna salvare il capitalismo dai suoi peggiori nemici: i capitalisti.
Dietro alle dispute tra i Ministri Tremonti e Marzano sui nomi per il rinnovo dei vertici delle tre società nate per gestire la liberalizzazione del settore elettrico si cela un conflitto irrisolto tra diritto di proprietà e potere di indirizzo strategico. Da qui un’impasse molto grave, affrontata come ai tempi delle partecipazioni statali, con il regime di prorogatio. Importante che si riveda al più presto la normativa che crea questo perverso intreccio istituzionale e si chiariscano così ruoli e responsabilità.
La Pubblica Amministrazione italiana risulta in grave ritardo nell’adozione dei software di frontiera. Ad esempio, il software l’ Open Source (OS), il programma che permette di far funzionare i siti Web, è diffuso nel 38 per cento della PA italiana rispetto al 63 per cento delle amministrazioni degli altri paesi. Importante che il Governo chiarisca al più presto se e come vuole colmare questo divario.
L’Italia è un Paese di immigrazione recente. Per questo sarebbe utile discutere di politiche dell’immigrazione guardando all’esperienza internazionale, a quanto accaduto in Paesi che da decenni vivono questo problema. Ai lettori riproponiamo alcuni articoli pubblicati da staging.lavoce.info, che possono favorire una discussione informata e meno provinciale sul tema.
Unione Europea e riforme istituzionali
sono al centro del dibattito. Al Consiglio Europeo di Salonicco viene presentata la bozza di Costituzione Europea elaborata dalla Convenzione. Molti i delusi. Tra laltro, perché la bozza non estende il voto a maggioranza in politica estera. Ma è un problema relativamente secondario. Se si applicasse il voto a maggioranza nellattuale situazione, nessun Paese si sentirebbe responsabile delle decisioni comuni, con il rischio di far prevalere le scelte ideologiche su quelle realiste, come per la guerra in Iraq. In questo campo, non cè alternativa ad unassunzione diretta di responsabilità delle istituzioni europee. Ma i problemi non sono solo costituzionali. Il Patto di Stabilità strangola i paesi dellEMU e li spinge a tagliare gli investimenti pubblici o a portarli fuori bilancio, riducendo la trasparenza dei conti pubblici. La proposta Tremonti di riprendere il piano Delors sullinfrastrutture transnazionali va nella giusta direzione ma appare del tutto insufficiente. Non cè alternativa ad una revisione del Patto. Come non cè alternativa ad una riforma della politica agricola europea. A dieci giorni dallinizio del suo semestre di Presidenza, l’Italia non sembra intenzionata ad affrontare il problema. Peccato, perché le follie della PAC le paghiamo soprattutto noi, date le inefficienze della nostra struttura produttiva. Infine, anche in Italia riprende quota il dibattito sulle grandi riforme istituzionali. Ma ci sono forse riforme più semplici, come quelle sui regolamenti parlamentari, che consentirebbero e in tempi brevi progressi maggiori.
Ancora un trimestre di crescita negativa per il nostro prodotto interno lordo: l’inizio del 2003 può adesso essere definito come una fase di recessione. Soprattutto l’Italia continua a crescere meno della pur stagnante Europa. Riproponiamo ai lettori gli interventi di Rodolfo Helg, Paolo Manasse e Marco Pagano e Fausto Panunzi, in cui si discutono le ragioni del declino economico del nostro Paese.
Concorrenza poco tutelata e privatizzazioni che procedono a rilento, addormentatesi negli ultimi due anni. C’è una forte assonanza in questa diagnosi del declino economico italiano fra le Considerazioni Conclusive del Governatore Fazio e la relazione del presidente dell’Antitrust, Giuseppe Tesauro. Lodevole soprattutto il tentativo di misurare la zavorra che grava sulle imprese di esportazione che devono utilizzare beni prodotti da settori protetti. Concorrenza poco tutelata anche dal Codice delle Comunicazioni predisposto dal Ministro Gasparri, che ascrive a sè prerogative che dovrebbero essere assegnate ad authority indipendenti secondo le direttive comunitarie, soprattutto in mercati fortemente concentrati come il nostro. Se la concorrenza è un bene pubblico, lo è anche l’informazione. L’indipendenza dei media verrebbe meglio tutelata dalla quotazione in borsa dei grandi gruppi editoriali e dalla privatizzazione della RAI. Ma è anche un problema culturale. Giornalisti e direttori coraggiosi si vedono anche dal numero di lamentele che ricevono… dalla proprietà.
Domenica 15 giugno si può votare sul referendum che vuole estendere anche alle imprese fino a 15 dipendenti la reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa. Perchè le imprese più piccole vengono in genere (non solo in Italia) esentate da queste normative? E cosa suggeriscono le più recenti ricerche economiche e statistiche sul cosiddetto “effetto di soglia”, vale a dire la crescita delle imprese,intorno alla soglia dei 15 dipendenti? Un contributo di Giuseppe Tattara si aggiunge ad altri interventi già apparsi su staging.lavoce.info.