Concordo con Vito Tanzi che “non c’è un solo modello europeo o sistema di protezione sociale”.
Aggiungo anzi che la malintesa idea che l’UE dovesse farsi carico di promuovere un “modello sociale europeo” è all’origine di svariati equivoci, e in parte anche di un’eccessiva acrimonia nei confronti della (ormai superata) “Proposta di una costituzione per l’Europa”.
Ed è giusto chiederci, con Tanzi “se nei prossimi anni gli attuali modelli europei di protezione sociale potranno sopravvivere senza che ciò significhi un serio danno per le economie europee.”
Ma cosa ne consegue, in positivo?
Tanzi evidenzia un obiettivo, anche questo del tutto condivisibile: “Bisogna riuscire a studiare e introdurre moderne reti di protezione sociale che ottengano obiettivi non dissimili da quelli raggiunti dai migliori sistemi europei, ma che lo facciano in modo più efficiente e più ‘amico del mercato’.”
Tuttavia, ci ricorda anche un pesante vincolo: “l’Unione Europea non riuscirà a divenire ‘l’economia più competitiva del mondo’ senza ridurre significativamente i livelli di tassazione”.
A questo punto, rimango un po’ perplesso. Da un lato vogliamo un sistema di protezione più inclusivo è più amico del mercato, ossia più indirizzato a incentivare alti livelli di occupazione (questo è, tra l’alto, uno dei principali obiettivi della “strategia di Lisbona”) … ma dall’altro vogliamo un sistema che costi di meno e consenta di ridurre i livelli di tassazione. Non sarà che vogliamo la quadratura del cerchio?
In effetti è proprio così! Come mostra un recente studio (dal quale ho tratto la Figura sotto riprodotta) c’è una correlazione piuttosto elevata, all’interno dell’UE, fra il tasso di occupazione di un paese e la spesa nelle politiche volte al mercato del lavoro (in percentuale del PIL).
Spese in politiche del lavoro (%PIL) e Tasso di occupazione in 24 paesi UE (2005)
Fonte: R. Rovelli e R. Bruno, Labor Market Policies and Outcomes: Cross Country Evidence for the EU-27, IZA DP No. 3161, scaricabile da: http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1036861
Fra i paesi che sembrano “sfuggire” a questa correlazione c’è il Regno Unito (uk): che tuttavia ottiene un elvato tasso di occupazione (ai livelli della Svezia) con un sistema di politiche del lavoro senz’alto poco costoso (meno di 0,7 % del PIL), ma al prezzo di un tasso di povertà relativa fra i peggiori d’Europa.
In effetti, in tutta l’Europa c’è solo la Repubblica Ceca che riesce a “spendere poco” nel mercato del lavoro e ad ottenere in cambio sia un tasso di occupazione “discreto” (il 65%) sia bassi indici di povertà relativa.
Pur tenendo conto di questa e poche altre eccezioni, sembra assai difficile sfuggire alla regola per cui alti tassi di occupazione e di inclusione sociale costano molto: Danimarca, Finlandia, Olanda, Svezia e Germania spendono in politiche del lavoro fra il 2,5 ed il 4% del rispettivo PIL (l’Italia, tanto per dire, sta all’ 1,3%).
Né, i paesi che ho nominato, sembrano essere troppo penalizzati dai costi di queste politiche: tutti e cinque i paesi virtuosi hanno ampli surplus di conto corrente nella bilancia dei pagamenti, bilanci pubblici in ordine, mercati di borsa in rapida crescita (tranne la Svezia), e il loro PIL cresce più velocemente di quello italiano!
Il problema, in conclusione, mi sembra legato alla composizione e qualità della spesa per lo stato sociale. A paesi come l’Italia certo non servirebbe spendere di più e male. Ma neppure tagliare la spesa pubblica e basta sarebbe una soluzione. Bisognerebbe invece sostitituire interventi e spese che scoraggiano la partecipazione al mercato del lavoro con altri che effettivamente promuovano la flessibilità e la ricerca dell’impiego. Ma senza promuovere l’illusione che queste politiche non abbiano un costo elevato.
La scarsa fiducia fa crescere l’inflazione: replica ai commenti di Malgarini
Di Desk
il 19/12/2007
in Commenti e repliche
Secondo i consumatori italiani, i prezzi al consumo sono praticamente raddoppiati tra il 2003 ed oggi. Questa percezione è del tutto incoerente con i dati osservati: se i prezzi fossero davvero raddoppiati, avremmo assistito da un lato ad un crollo dei redditi reali e dei consumi, e dall’altro ad un incremento molto forte nell’utilizzo dei più comuni strumenti di pagamento finanziari, cose che non sono avvenute nella realtà. Perché si è verificato questo errore di percezione? E come porvi rimedio? Circa il primo punto, secondo l’ultima relazione della Banca d’Italia (1) tra il 2003 e il 2006 il reddito lordo disponibile delle famiglie italiane espresso a prezzi concatenati e corretto per l’inflazione attesa ha registrato tassi di crescita molto modesti, notevolmente inferiori a quelli dei decenni passati. Da qui è derivato, nell’interpretazione sostenuta nel mio articolo, un possibile fenomeno di “disillusione monetaria”, ossia le famiglie avrebbero attribuito ad un’abnorme crescita dei prezzi problemi derivanti dalla dinamica assai modesta del reddito disponibile. Ma perché proprio i prezzi? Ossia, perché il disagio legato alla stagnazione della produttività sperimentata nei primi anni 2000 (2) è stato essenzialmente percepito in termini di elevata inflazione? Posso avanzare tre generi di spiegazioni, suscettibili di essere ulteriormente verificate in futuro: in primo luogo, un ruolo potrebbe averlo giocato il sistema dei media, che sia in Italia sia in altri paesi ha rilanciato in occasione del passaggio all’euro “paure inflazionistiche” che non trovavano riscontro nei dati ufficiali. Potrebbe aver influito anche la storia passata del nostro paese, che ha vissuto negli anni ’70 e nei primi ’80 lunghe fasi di stagflazione, in cui ad una stagnazione del reddito si associavano aumenti molto elevati dei prezzi. Da ultimo, è possibile sostenere (3) che la “disattenzione” mostrata dai consumatori verso la statistica ufficiale non sia interpretabile in termini di “irrazionalità” ma piuttosto, appunto, di “disattenzione razionale”: le informazioni veramente rilevanti sarebbero quelle riferite alle situazioni individuali, di cui le stime riferite al “consumatore medio” sarebbero solo un’approssimazione, tanto meno precisa quanto più aumentano nelle moderne economie avanzate complessità ed eterogeneità (4). Da questo punto di vista, la statistica ufficiale può avere effettivamente un ruolo rilevante per cercare di riconciliare percezioni e dati osservati: ad esempio, diffondendo dati più disaggregati, come ha iniziato a fare l’ISTAT con gli indici di prezzo distinti per territorio (5) e tipologia familiare (6), e promuovendo l’uso delle moderne tecnologie dell’informazione e comunicazione per la diffusione dei dati (7). In conclusione, la divaricazione tra percezioni e realtà non è affatto – come alcuni commenti sembrano suggerire – una questione di scarso interesse per gli accademici, di cui al più “incolpare” cittadini poco avvertiti: è invece a mio giudizio un rilevante problema aperto, che richiede risposte anche innovative, per gli economisti sotto il profilo dell’elaborazione teorica e per gli statistici per quanto riguarda le modalità di raccolta e diffusione delle informazioni e la loro trasformazione in effettiva conoscenza.
(1) Banca d’Italia (2007), Relazione Annuale per l’anno 2006, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relann/rel06/rel06it
(2) Draghi M. (2007), “Consumi e crescita in Italia”, 48esima Riunione Scientifica Annuale, Società Italiana degli Economisti, http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2007/26102007/Draghi_26_10_07.pdf
(3) CURTIN R. (2007), “What US Consumers Know About Economic Conditions”, paper presented at the second OECDWorkshop on “Measuring and Fostering the Progress of Societies, Istanbul, June 27, http://www.oecd.org/dataoecd/32/39/38758180.pdf?contentId=38758190)
(4) VAN TUINEN H. (2007), “Innovative Statistics to Improve our Notion of Reality”, background paper for the session “Statistical Offices: Information Brokers or Knowledge Builders”, second OECD Workshop on “Measuring and Fostering the Progress of Societies, Istanbul, June 27,http://www.oecd.org/dataoecd/5/59/38780056.pdf
(5) ISTAT, Indici Regionali NIC, http://www.istat.it/prezzi/precon/aproposito/indici_regionali_nic.xls
(6) ISTAT (2007), Indicatori della dinamica dei prezzi al consumo per alcune tipologie di famiglie, Approfondimenti, febbraio, http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070220_00/
(7) OECD (2007), Istanbul Declaration, http://www.oecd.org/dataoecd/23/54/39558011.pdf