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Autore: Desk Pagina 132 di 196

Il desk de staging.lavoce.info è composto da ragazzi e ragazze che si occupano della gestione operativa del sito internet e dei social network e delle attività redazionali e di assistenza alla ricerca. Inoltre, sono curati dal desk il podcast e le rubriche del fact checking, de "La parola ai grafici" e de "La parola ai numeri".

RICCARDO ROVELLI COMMENTA L’INTERVENTO DI VITO TANZI

Concordo con Vito Tanzi che “non c’è un solo modello europeo o sistema di protezione sociale”.
Aggiungo anzi che la malintesa idea che l’UE dovesse farsi carico di promuovere un “modello sociale europeo” è all’origine di svariati equivoci, e in parte anche di un’eccessiva acrimonia nei confronti della (ormai superata) “Proposta di una costituzione per l’Europa”.
Ed è giusto chiederci, con Tanzi “se nei prossimi anni gli attuali modelli europei di protezione sociale potranno sopravvivere senza che ciò significhi un serio danno per le economie europee.”
Ma cosa ne consegue, in positivo?

Tanzi evidenzia un obiettivo, anche questo del tutto condivisibile: “Bisogna riuscire a studiare e introdurre moderne reti di protezione sociale che ottengano obiettivi non dissimili da quelli raggiunti dai migliori sistemi europei, ma che lo facciano in modo più efficiente e più ‘amico del mercato’.”
Tuttavia, ci ricorda anche un pesante vincolo: “l’Unione Europea non riuscirà a divenire ‘l’economia più competitiva del mondo’ senza ridurre significativamente i livelli di tassazione”.
A questo punto, rimango un po’ perplesso.  Da un lato vogliamo un sistema di protezione più inclusivo è  più amico del mercato, ossia più indirizzato a incentivare alti livelli di occupazione (questo è, tra l’alto, uno dei principali obiettivi della “strategia di Lisbona”) … ma dall’altro vogliamo un sistema che costi di meno e consenta di ridurre i livelli di tassazione. Non sarà che vogliamo la quadratura del cerchio?
In effetti è proprio così! Come mostra un recente studio (dal quale ho tratto la Figura sotto riprodotta) c’è una correlazione piuttosto elevata, all’interno dell’UE, fra il tasso di occupazione di un paese e la spesa nelle politiche volte al mercato del lavoro (in percentuale del PIL).

Spese in politiche del lavoro (%PIL) e Tasso di occupazione in 24 paesi UE (2005)

Fonte: R. Rovelli e R. Bruno, Labor Market Policies and Outcomes: Cross Country Evidence for the EU-27, IZA DP No. 3161, scaricabile da: http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1036861

Fra i paesi che sembrano “sfuggire” a questa correlazione c’è il Regno Unito (uk): che tuttavia ottiene un elvato tasso di occupazione (ai livelli della Svezia) con un sistema di politiche del lavoro senz’alto poco costoso (meno di 0,7 % del PIL), ma al prezzo di un tasso di povertà relativa fra i peggiori d’Europa.
In effetti, in tutta l’Europa c’è solo la Repubblica Ceca che riesce a “spendere poco” nel mercato del lavoro e ad ottenere in cambio sia un tasso di occupazione “discreto” (il 65%) sia bassi indici di povertà relativa. 
Pur tenendo conto di questa e poche altre eccezioni, sembra assai difficile sfuggire alla regola per cui alti tassi di occupazione e di inclusione sociale costano molto: Danimarca, Finlandia, Olanda, Svezia e Germania spendono in politiche del lavoro fra il 2,5 ed il 4% del rispettivo PIL (l’Italia, tanto per dire, sta all’ 1,3%).
Né, i paesi che ho nominato, sembrano essere troppo penalizzati dai costi di queste politiche: tutti e cinque i paesi virtuosi hanno ampli surplus di conto corrente nella bilancia dei pagamenti, bilanci pubblici in ordine, mercati di borsa in rapida crescita (tranne la Svezia), e il loro PIL cresce più velocemente di quello italiano!
Il problema, in conclusione, mi sembra legato alla composizione e qualità della spesa per lo stato sociale. A paesi come l’Italia certo non servirebbe spendere di più e male. Ma neppure tagliare la spesa pubblica e basta sarebbe una soluzione. Bisognerebbe invece sostitituire interventi e spese che scoraggiano la partecipazione al mercato del lavoro con altri che effettivamente promuovano la flessibilità e la ricerca dell’impiego. Ma senza promuovere l’illusione che queste politiche non abbiano un costo elevato.

La scuola e internet

Quali effetti può avere l’impiego di tecnologie informatiche nel mondo della scuola? E quali le modalità di implementazione? Proviamo a fare un po’ di chiarezza con questo dossier.

IL LUNGO PERIODO SPAVENTA LE CASSE

Il mondo della previdenza professionale in Italia richiama sovente l’attenzione sulla tenuta del proprio sistema pensionistico. I requisiti per un buon sistema, sostenibilità finanziaria, equità e adeguatezza delle prestazioni, non possono dirsi raggiunti. C’è ancora molto da fare, in particolare sul primo punto.
Del requisito della sostenibilità finanziaria difettano le casse professionali privatizzate prima della riforma Dini (1), ancor più quegli enti che coniugano un finanziamento rischioso dal punto di vista demografico a pensioni poco eque sotto il profilo attuariale.
All’esame dello “storico” di variabili economiche strutturali [1] il grado di copertura della spesa per pensioni può apparire per talune categorie addirittura crescente. (2) Si dà il caso che forse non è tutto oro quello che luccica. Lo dimostrano due fattori : realtà previdenziali ancora molto giovani (buon rapporto iscritti/pensionati), a cui si aggiungono i risultati delle proiezioni attuariali (obbligatorie per legge) e di alcune analisi economiche mirate.
Ecco, quindi, che a meno di rendimenti patrimoniali nel tempo decisamente vantaggiosi o di modifiche in corso d’opera dell’architettura previdenziale, scarse diventano le probabilità che in futuro il grado di copertura della spesa pensionistica possa mantenersi superiore all’unità.

Un passato troppo recente

Appare strano – o forse no – che chi era tenuto a vigilare sulla stabilità finanziaria di questi enti ne abbia “nascosto” le fragilità strutturali dietro vincoli a maglie larghe. La riserva legale può limitarsi a coprire cinque annualità di pensione; invece per le proiezioni attuariali triennali basta una lettura dei successivi quindici anni.
Ma quindici anni sono un periodo troppo breve per riuscire a scuotere le fondamenta di argilla di alcune casse e sollecitare negli amministratori soluzioni più responsabili a favore delle categorie tutelate.
Ma non è mai troppo tardi: i ministeri vigilanti hanno di recente adottato una linea di maggior rigore, allungando le proiezioni e ancorandole a un periodo di tempo non inferiore a trent’anni. È il minimo ragionevole per chi deve mantenere promesse previdenziali con iscritti la cui carriera lavorativa difficilmente è inferiore a 30-35 anni. Siamo di fronte, vogliamo sperare, solo a un primo passo lungo questa direzione, perché nel compiere valutazioni sul futuro dei pensionati non è pensabile limitarsi a guardare appena oltre il palmo di naso.
Se il futuro delle casse non si prospetta particolarmente roseo, nonostante risultati gestionali di breve termine generalmente favorevoli, non è chiaro fino a che punto la norma che il legislatore ha partorito sia indirizzata a responsabilizzare le casse professionali di fronte ai propri aderenti. (3) A ben leggere, siamo di fronte a un compromesso politico che sminuisce in parte l’effetto riformatore. Un gioco delle parti, dove da un lato si estende il periodo delle proiezioni e dall’altro si riafferma e si rafforza l’autonomia normativa delle casse, premessa per riequilibrare il sistema spostando solo marginalmente la soglia di copertura.

Un futuro che nessuno vuol vedere

Onestamente non capiamo a chi giovi rinviare di continuo il momento delle decisioni definitive. Per questo motivo, forse, oltre che per rendere concreta la spinta riformatrice di cui il legislatore avrebbe dovuto farsi carico, è intervenuto di recente il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale. Il Nucleo ha proposto vincoli ancora più stringenti in una soluzione che guardi concretamente al lungo periodo. Non a trent’anni di proiezioni, ma a cinquanta, secondo i tecnici del Welfare, dovrebbe corrispondere il periodo di previsione minimo per testare l’effettiva sostenibilità di un sistema pensionistico.
Quella del Nucleo non appare come una proposta rivoluzionaria: in altri paesi utilizzare previsioni a lunga gittata rappresenta la soluzione tecnica adeguata per effettuare scelte di policy vitali agli equilibri macroeconomici. Resta il fatto che l’azione del Nucleo ha amplificato per tutta risposta lo scetticismo (di facciata) nei confronti di previsioni “troppo” dilatate. Chi deve amministrare ne ritiene fuorvianti i risultati per l’elevato numero di variabili in gioco. Eppure, per quel che è dato vedere, l’instabilità del sistema di questi enti ha ormai raggiunto un codice di rischio elevato.
Con gli strumenti oggi a disposizione, è paradossale che continui a farsi strada l’idea che previsioni più lunghe restituiscano solo risultati più incerti.
L’intero ciclo di vita previdenziale di un individuo ha una durata notevole. Viene allora da chiedersi se cinquant’anni saranno solo un arco temporale raccomandato dal Nucleo o un vincolo assoluto da dover rispettare per rientrare nei parametri di stabilità. Aspettando una risposta ancora in embrione, quello che si desidera è una soluzione che abbia molto di tecnico e poco, ma davvero poco, di politico.

Sabina de Rocca

(1) Decreto legislativo n. 509/94.
(2) Il riferimento è alle statistiche del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale.
(3) Articolo 1, comma 763, legge 27 dicembre 2006, n. 298.

La scarsa fiducia fa crescere l’inflazione: replica ai commenti di Malgarini

Secondo i consumatori italiani, i prezzi al consumo sono praticamente raddoppiati tra il 2003 ed oggi. Questa percezione è del tutto incoerente con i dati osservati: se i prezzi fossero davvero raddoppiati, avremmo assistito da un lato ad un crollo dei redditi reali e dei consumi, e dall’altro ad un incremento molto forte nell’utilizzo dei più comuni strumenti di pagamento finanziari, cose che non sono avvenute nella realtà. Perché si è verificato questo errore di percezione? E come porvi rimedio? Circa il primo punto, secondo l’ultima relazione della Banca d’Italia (1) tra il 2003 e il 2006 il reddito lordo disponibile delle famiglie italiane espresso a prezzi concatenati e corretto per l’inflazione attesa ha registrato tassi di crescita molto modesti, notevolmente inferiori a quelli dei decenni passati. Da qui è derivato, nell’interpretazione sostenuta nel mio articolo, un possibile fenomeno di “disillusione monetaria”, ossia le famiglie avrebbero attribuito ad un’abnorme crescita dei prezzi problemi derivanti dalla dinamica assai modesta del reddito disponibile. Ma perché proprio i prezzi? Ossia, perché il disagio legato alla stagnazione della produttività sperimentata nei primi anni 2000 (2) è stato essenzialmente percepito in termini di elevata inflazione? Posso avanzare tre generi di spiegazioni, suscettibili di essere ulteriormente verificate in futuro: in primo luogo, un ruolo potrebbe averlo giocato il sistema dei media, che sia in Italia sia in altri paesi ha rilanciato in occasione del passaggio all’euro “paure inflazionistiche” che non trovavano riscontro nei dati ufficiali. Potrebbe aver influito anche la storia passata del nostro paese, che ha vissuto negli anni ’70 e nei primi ’80 lunghe fasi di stagflazione, in cui ad una stagnazione del reddito si associavano aumenti molto elevati dei prezzi. Da ultimo, è possibile sostenere (3) che la “disattenzione” mostrata dai consumatori verso la statistica ufficiale non sia interpretabile in termini di “irrazionalità” ma piuttosto, appunto, di “disattenzione razionale”: le informazioni veramente rilevanti sarebbero quelle riferite alle situazioni individuali, di cui le stime riferite al “consumatore medio” sarebbero solo un’approssimazione, tanto meno precisa quanto più aumentano nelle moderne economie avanzate complessità ed eterogeneità (4). Da questo punto di vista, la statistica ufficiale può avere effettivamente un ruolo rilevante per cercare di riconciliare percezioni e dati osservati: ad esempio, diffondendo dati più disaggregati, come ha iniziato a fare l’ISTAT con gli indici di prezzo distinti per territorio (5) e tipologia familiare (6), e promuovendo l’uso delle moderne tecnologie dell’informazione e comunicazione per la diffusione dei dati (7). In conclusione, la divaricazione tra percezioni e realtà non è affatto – come alcuni commenti sembrano suggerire – una questione di scarso interesse per gli accademici, di cui al più “incolpare” cittadini poco avvertiti: è invece a mio giudizio un rilevante problema aperto, che richiede risposte anche innovative, per gli economisti sotto il profilo dell’elaborazione teorica e per gli statistici per quanto riguarda le modalità di raccolta e diffusione delle informazioni e la loro trasformazione in effettiva conoscenza. 

(1)                    Banca d’Italia (2007), Relazione Annuale per l’anno 2006, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relann/rel06/rel06it
(2)                      Draghi M. (2007), “Consumi e crescita in Italia”, 48esima Riunione Scientifica Annuale, Società Italiana degli Economisti, http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2007/26102007/Draghi_26_10_07.pdf  
(3)                     CURTIN R. (2007), “What US Consumers Know About Economic Conditions”, paper presented at the second OECDWorkshop on “Measuring and Fostering the Progress of Societies, Istanbul, June 27, http://www.oecd.org/dataoecd/32/39/38758180.pdf?contentId=38758190)
(4)                    VAN TUINEN H. (2007), “Innovative Statistics to Improve our Notion of Reality”, background paper for the session “Statistical Offices: Information Brokers or Knowledge Builders”, second OECD Workshop on “Measuring and Fostering the Progress of Societies, Istanbul, June 27,http://www.oecd.org/dataoecd/5/59/38780056.pdf
(5)                     ISTAT, Indici Regionali NIC, http://www.istat.it/prezzi/precon/aproposito/indici_regionali_nic.xls
(6)                     ISTAT (2007), Indicatori della dinamica dei prezzi al consumo per alcune tipologie di famiglie, Approfondimenti, febbraio, http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070220_00/
(7)                    OECD (2007), Istanbul Declaration, http://www.oecd.org/dataoecd/23/54/39558011.pdf

Così disse Einaudi

Su segnalazione del nostro collaboratore Guido Ascari

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio anzitutto per l’attenzione. L’articolo per sua natura è un testo breve, e non può affrontare la questione se non superficialmente, e con diverse lacune. I due commenti ne indicano giustamente alcune. Prima di rispondere nel merito desidero però ribadire l’oggetto fondamentale del mio intervento: le condizioni economiche e politiche attuali sono tali che -a mio parere- ha scarso senso, in termini economici, continuare a puntare su una strategia che voglia garantire un posto fisso ad ognuno, dove con posto fisso intendo un’occupazione nella stessa azienda o anche solo nello stesso settore produttivo. In particolare, non intendevo indicare i dettagli di specifiche misure di politica economica (come il reddito minimo garantito o la provenienza dei fondi con cui finanziarlo), ma suggerire l’obiettivo che la politica dovrebbe darsi, per dibattere sugli strumenti in maniera più ordinata.
Sui numeri: iniziamo con quanto l’Italia già spende. Dovremmo anzitutto distinguere tra reddito minimo e sussidio di disoccupazione. La prima è una misura residuale, che vuole impedire che chiunque abbia un reddito inferiore una certa soglia. Per la povertà l’Italia spende 11€ pro-capite, dunque letteralmente non ci sono cifre di cui parlare.
I trattamenti di disoccupazione hanno invece lo scopo di sostenere temporaneamente il reddito dei lavoratori, nel passaggio da un’occupazione ad un’altra. Per ciò l’Italia spende circa lo 0.5% del PIL, contro una media europea dell’1.8%; mentre per le politiche per il lavoro complessivamente l’1.3% contro il 2.2% europeo (dati Eurostat). Senza bisogno di paragoni con la solita Danimarca, è di tutta evidenza che i 3 punti di PIL in più che dedichiamo alla spesa per pensioni in qualche maniera ci impediscono di fare tante altre cose (così come la grossa spesa per interessi sul debito pubblico). Non sono tra quelli che credono dovremmo sempre imitare l’estero, ma proporre uno scambio tra quanto si può risparmiare in previdenza, e quanto in più si può dedicare al Welfare State mi sembra un’idea ragionevole.
Oltre i livelli di spesa, dovremmo parlare anche di come spendiamo: da un lato, come detto nel testo, il sostegno al reddito riguarda attualmente solo categorie di privilegiati (coloro che accedono alla Cassa Integrazione, semplificando un pò). D’altro lato, questi fondi sono concessi senza alcuna condizione a chi li riceve (in teoria ci sarebbe il divieto di rifiutare un’offerta di lavoro “congrua”, ma di fatto non c’è sanzione). Inserendo l’obbligo di partecipare ad attività di formazione e reimpiego, non solo favoriremmo la capacità del sistema di adattarsi continuamente agli sviluppi economici e sociali, ma introdurremmo limiti temporali alla durata del beneficio (pari al massimo alla durata dei programmi) ed eviteremmo disincentivi al lavoro, dunque complessivamente risparmiando risorse.
Desidero concludere notando che alcune misure possono intanto essere introdotte, in misura minore a quanto idealmente auspicabile, come prima risposta a situazioni insostenibili. Considerando ad esempio il numero di lavoratori veramente “precari” (gli iscritti alla Gestione Separata dell’INPS, a parte professionisti, amministratori e sindaci di società, membri di collegi e commissioni), è stato presentato in Senato un emendamento alla Legge Finanziaria che quantifica il costo di un sussidio di disoccupazione pari a 300€ al mese per 6 mesi, per un costo complessivo inferiore (sotto ipotesi pessimistiche) agli 800 milioni di euro l’anno. Una cifra non impressionante: più o meno quanto le Regioni nel periodo 2001-2006 hanno accumulato in fondi europei non spesi (Fondo Sociale Europeo).
Insomma, a volte l’inazione politica deriva da non condivisione degli obiettivi, e non da mancanza di mezzi. Ad esempio, alcuni partiti legittamente aspirano all’abolizione completa della flessibilità del lavoro, come fine ultimo. Così facendo finiscono però per agire, per le concrete condizioni di vita dei lavoratori flessibili, molto meno di quanto sarebbe possibile.
Per quanto attiene le differenze regionali, non c’è dubbio la questione merita un approfondimento. Non posso qui discutere delle cause del sottosviluppo del Sud, e non ne avrei le competenze. Per quanto riguarda l’occupazione, noto solo che l’analisi a volte deve astrarre da fattori pur rilevanti, ma non oggetto di indagine al momento (ad esempio, il mio ragionamento astrae anche dalle differenze di genere, certo non meno rilevanti per il mercato del lavoro).
Per quanto riguarda la contrattazione, ribadisco solo che si tratta di scegliere tra una strategia che punti a sopravvivere riducendo i costi (che io considero fallimentare di fronte ai giganti emergenti, ma si tratta di una scommessa), e una che invece punti a competere favorendo l’accumulazione capitalistica e l’innovazione tecnologica.
Anche per questo condivido l’osservazione finale: se le imprese usano permanentemente contratti temporanei, evidentemente non cercano flessibilità, ma bassi costi (a parte la libertà di licenziare e il ricatto che ne deriva). Qui però entriamo nel problema degli abusi delle forme contrattuali flessibili, che va distinto da quello sull’esistenza della flessibilità, quella vera. A tal proposito, noto solo che alcune imprese sostanzialmente sopravvivono nel mercato (e fanno profitti) solo grazie a tali abusi: vale dunque l’ultima osservazione del mio testo, sull’opportunità di liberarsene, ma anche una necessaria prudenza nei modi e nei tempi, trattandosi pur sempre di posti di lavoro (di bassa qualità, ma posti di lavoro).

SCALFARI E LA FALANGE MACEDONE

Caro Boeri,
ho incassato la vostra risposta collettiva. Francamente non sapevo che foste tanti a staging.lavoce.info e me ne congratulo, tanto più che non tutti marciano in falange macedone. Approfondire i vostri testi consultando lavoce è un’impresa impossibile se estesa su cinque anni; impossibile per me che data l’età mi affatico rapidamente e per chiunque abbia anche altri impegni obbligatori. Perciò ti credo sulla parola: avrete sicuramente fatto il vostro lavoro critico anche nel quinquennio berlusconiano che, spero me ne darai atto è stato dal punto di vista economico e finanziario assai più nefasto dei diciotto mesi prodiani.
Ho comunque voluto fare un sondaggio e l’ho fatto soltanto su di te, che sei il  più intelligente e aperto di tutto il gruppo. Ho scorso i tuoi titoli su lavoce ho scartato gli articoli che parlavano di altro, immigrazione etc, e mi sono concentrato sui testi finanziari. Gran parte parlano di pensioni che è un argomento certamente importante ma ben delimitato. Ho ritrovato in quelle pagine la nostra polemica di allora e credo, a rileggerla oggi, che tu avessi parzialmente ragione. Avevi ragione certamente sul problema che la permanenza al lavoro degli anziani non penalizza necessariamente i giovani (ma Giavazzi se l’è presa  con Fabiani che toglie lavoro ad un più giovane eventuale); ma insisto sull’idea che l’assistenza è una cosa e la previdenza è un’altra.
Comunque è acqua passata.
Vengo ai tuoi articoli durante il quinquennio berlusconiano. Ne ho trovati non più di tre o quattro: le critiche alla Finanziaria 2003, le critiche alla finanziaria 2004, le critiche al Dpf 2004/5. Altro non ho trovato. Le critiche erano severe quanto basta. L’anima è salva. Il martellamento non c’è stato. Nei diciotto mesi prodiani tu avrai scritto a dir poco 30 articoli contro la politica economica e finanziaria di questo governo. Lo squilibrio è palese.
Questa è una lettera privata nel senso che non esce su Repubblica. Sarebbe carino se uscisse sulla Voce. Se ho trascurato qualche altro tuo articolo perché non l’ho visto me lo puoi segnalare.

Un caro saluto

 

"Caro Scalfari,

i conteggi non vanno fatti solo sugli articoli di Tito Boeri, ma su quelli dell’intera redazione. Possono cambiare, infatti, le funzioni assegnate ai singoli redattori. Alcuni degli economisti che, durante il Governo Berlusconi, si erano occupati di conti pubblici, non hanno più scritto di questo tema con il Governo Prodi in carica, in virtù di incarichi istituzionali nel nuovo Governo. E’ una scelta redazionale che avevamo applicato ad altri redattori durante il Governo Berlusconi. Questo ha fatto sì che Boeri dovesse occuparsi di più di conti pubblici in questa legislatura. Una misura più accurata delle posizioni espresse sul sito viene dai sommari che riassumono i contenuti di
ciascun aggiornamento del sito. Nei primi 17 mesi di Governo Prodi ci sono stati 105 aggiornamenti con sommari in 26 casi critici nei confronti del Governo. Dunque uno su quattro. In un periodo di tempo comparabile con il Governo Berlusconi (i 17 mesi da fine settembre 2004 a fine febbraio 2006) ci sono stati 90 aggiornamenti, di cui 28 critici. Quindi in più del 30 per cento dei casi.
Sarebbe stato meglio forse fare queste verifiche prima di accusarci ingiustamente di parzialità. Ci fa piacere, comunque, la grande attenzione che Lei dimostra nei confronti del nostro lavoro e speriamo in futuro di potere essere anche di maggiore aiuto al suo lavoro.

La Redazione de staging.lavoce.info

PRIMO CENSIMENTO DEI SENZATETTO A MILANO

Il comitato scientifico dell’edizione 2007 delle Borse "Ricardo Faini", promosse dall’associazione "ERE – Empirical Research in Economics, ha deciso di aggiudicare l’intero ammontare dell’iniziativa al progetto di raccolta dati "I senzatetto nell’area metropolitana di Milano", presentato dalla Dott.ssa Michela Braga e dalla Dott.ssa Lucia Corno (entrambe iscritte al programma di Ph.D. in Economics dell’Universit?occoni).

Le motivazioni di questa decisione possono essere riassunte in pochi elementi: 

-        l’indubbio interesse del tema, dato che il progetto consentir?i realizzare sia il primo censimento completo della popolazione dei senzatetto in un’area metropolitana italiana sia una dettagliata indagine campionaria per studiare le caratteristiche e le problematiche della popolazione censita;

-        il fatto che i dati che si intende raccogliere potranno essere facilmente utilizzati da altri ricercatori, una volta messi in rete dall’associazione ERE; 

-        la qualit?el progetto presentato, in cui tutte le fasi della raccolta dati sono descritte con grande precisione e competenza tecnica;

-        la capacit?i integrare i fondi messi a disposizione dall’associazione ERE con l’aiuto e il contributo di altri soggetti del mondo dell’associazionismo.

Per l’iniziativa si cercano volontari. Il loro ruolo sar?uello di girare per le strade di Milano per due sere consecutive: la prima per il conteggio dei senzatetto, la seconda per intervistarli.

Tutti gli interessati all’iniziativa possono mandare una mail a

redazione@staging.lavoce.info

michela.braga@unibocconi.it

lucia.corno@unibocconi.it

La risposta del Ministro Giulio Santagata

Gentile Redazione,

ieri, sul sito staging.lavoce.info e ripreso dal quotidiano La Repubblica, Tito Boeri e Pietro Garibaldi hanno emesso una sentenza lapidaria sul disegno di legge finanziaria appena approvato dal Governo Prodi: la loro opinione è che il 2007, dal punto di vista del risanamento finanziario, rappresenta l’anno della grande occasione sprecata. Ma ne siamo certi?

Rispetto a poco più di un anno fa le finanze pubbliche italiane sono pienamente tornate sotto controllo. Dopo quattro anni consecutivi di sforamento dei parametri europei, nel 2007 il disavanzo pubblico è finalmente rientrato sotto la soglia del 3% del PIL, su un valore (2,4%) che risulta essere il migliore risultato da sette anni a questa parte. Anche più contenuto di quanto recentemente concordato in sede europea. L’avanzo primario – il saldo di bilancio al netto della spesa per interessi – praticamente annullato dal precedente Governo, risale al 2,5% del PIL. Il debito pubblico rispetto al PIL, dopo due anni di aumenti, riprende a calare. Quest’inversione di tendenza netta è frutto di un serio e costante lavoro di contrasto all’evasione fiscale e di un rinnovato controllo sulle spese. Certo, se non avessimo restituito ai cittadini più poveri parte dell’extra gettito o se avessimo limitato le spese per investimenti, i saldi per il 2007 potevano essere ancora migliori. Nella costruzione della manovra, però, abbiamo tenuto conto di una fase congiunturale che non consigliava un intervento di finanza pubblica orientato unicamente in senso restrittivo, della necessità di sostenere i redditi più bassi e di investire sul futuro concentrando più risorse sulle infrastrutture.

Boeri e Garibaldi valutano l’andamento delle spese in relazione al forte recupero di gettito fiscale e considerano realizzata la loro previsione che «le maggiori entrate avrebbero finito per legittimare nuove spese». Dalla tabella da loro riportata (sul sito staging.lavoce.info) emerge chiaramente, invece, che nel 2007, a fronte di una pressione fiscale salita di 0,8 punti (a parità di aliquote e esclusivamente grazie al recupero di evasione), le spese correnti primarie sono rimaste immutate al 39,9% del PIL. Le maggiori entrate si sono tradotte in un aumento dell’avanzo primario: proprio come ogni buon libro di economia suggerirebbe.

Facciamo un passo indietro: nella scorsa legislatura la spesa corrente primaria è cresciuta inesorabilmente anno dopo anno dal 37,3% del 2000 al 39,9% del 2005. Ridurre progressivamente e soprattutto riqualificare le nostre spese pubbliche, rendendole più rispondenti alle esigenze di lavoratori, famiglie e imprese, costituisce un obiettivo centrale del Governo. Essere riusciti a fermare una dinamica di aumento insostenibile (e quasi incontrollata) delle spese è un primo risultato importante. E anche l’intervento sui residui passivi previsto dalla finanziaria – che affronta una delle questioni centrali della capacità di spesa effettiva delle amministrazioni, sottolineata dalla presenza nel bilancio pubblico di residui passivi per decine di miliardi di euro – comporta una riduzione strutturale dei volumi di spesa.

Secondo i due economisti, «se il provvedimento a favore delle famiglie più deboli può essere desiderabile e opportuno, è ipocrita classificarlo come riduzione di tasse». E perché mai regole contabili europee sistematicamente utilizzate in altri paesi dovrebbero non essere applicate all’Italia?

Per concludere: nella nuova finanziaria vi sono misure strutturali di semplificazione e razionalizzazione sul piano fiscale (riduzione delle aliquote Ires sulla base di un modello già sperimentato anche in Germania). Un autentico esempio delle tanto invocate riforme strutturali i cui effetti positivi sullo sviluppo saranno assai più chiari ed evidenti di quanto oggi possano ritenere Boeri e Garibaldi.

Corsi e ricorsi: Via l’Ici sulla prima casa?

A volte ritornano. Dal governo in affanno riemerge la proposta dell’abolizione dell’Ici lanciata, prima delle elezioni, dall’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Giusto quindi ricordare quanto scrivemmo in quell’occasione.”

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