Il decimo Rapporto sull’integrazione degli immigrati in Europa mostra cosa è cambiato dal 2015 al 2024. I migranti sono più istruiti e lavorano di più in termini assoluti, ma i divari con i nativi non si chiudono, con differenze significative tra paesi.

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Un fenomeno strutturale, non emergenziale

Tra la “crisi dei rifugiati” del 2015 e le trasformazioni post-pandemiche, il volto dell’Europa nell’ultimo decennio è cambiato: se dieci anni fa i migranti rappresentavano il 12 per cento della popolazione dell’Ue-14, nel 2024 la quota è salita al 15,5 per cento: una persona su sei è nata all’estero. La migrazione non è un fenomeno emergenziale, ma una componente strutturale delle economie europee e quanto più l’integrazione è efficace, tanto maggiori sono i benefici per i paesi di accoglienza in termini di offerta di lavoro, produttività e finanza pubblica.

L’analisi del decimo Rapporto sull’integrazione degli immigrati in Europa dell’Osservatorio sulle migrazioni del Centro Studi Luca d’Agliano e del Collegio Carlo Alberto, pubblicato dal Cepr, mostra che tra il 2015 e il 2024 ci sono stati progressi concreti: oggi i migranti sono mediamente più istruiti, più occupati e meno concentrati nei lavori a bassa qualifica rispetto a dieci anni fa. Ma emerge un paradosso: il miglioramento in termini assoluti non si traduce in una riduzione dei divari relativi con i nativi. La convergenza è parziale, lenta e geograficamente eterogenea.

Un fenomeno sempre più articolato

La crescita della popolazione immigrata non è uniforme. Tra il 2015 e il 2024, alcuni paesi hanno visto aumenti molto marcati: Malta ha registrato un incremento di 19 punti percentuali nella quota di nati all’estero sulla popolazione totale, Cipro di 8 punti, Irlanda e Spagna di 6. La Grecia è rimasta sostanzialmente stabile, mentre Lettonia e Lituania hanno avuto una leggera diminuzione. La popolazione nata all’estero rimane comunque concentrata soprattutto nei paesi dell’Europa occidentale (figura 1).

Figura 1 – Percentuale di popolazione nata all’estero, 2015 e 2024

A cambiare è anche la composizione per area di origine. Come nel 2015, la quota più alta è rappresentata da migranti provenienti da altri paesi europei, ma la componente extra-Ue è cresciuta. Nel complesso, nell’Ue-14 la quota di migranti intra-Ue sul totale degli immigrati è scesa dal 35 al 28 per cento, a testimonianza anche dell’accelerazione dei flussi di rifugiati dalle diverse aree di crisi (figura 2).

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Figura 2 – Distribuzione dei migranti per area di origine nei paesi Ue-14, 2015 e 2024

Occupazione: la stabilità del divario nasconde un riequilibrio interno

Sul mercato del lavoro, il tasso di occupazione generale è aumentato sia fra i migranti che fra i nativi con un divario occupazionale rimasto stabile intorno ai 10 punti percentuali.

Dietro questa stabilità media, si nascondono però due movimenti opposti. Da un lato, i migranti extra-Ue, storicamente più svantaggiati in termini di inserimento lavorativo, hanno ridotto il loro divario occupazionale rispetto ai nativi. Dall’altro, la loro quota sul totale della popolazione immigrata è aumentata rispetto a quella dei migranti intra-Ue. I due effetti si compensano, tenendo ferma la media aggregata, mentre cambia lo scenario interno ai singoli gruppi.

Le differenze tra paesi sono marcate, come mostriamo nella figura 3 che riporta la variazione tra il 2015 e il 2024 nel differenziale di probabilità di occupazione tra migranti (distinguendo tra Ue e non-Ue) e nativi. Valori positivi (negativi) della barra indicano che la probabilità di occupazione dei migranti è cresciuta di più (meno) rispetto a quella dei nativi. Paesi come Italia, Grecia e Portogallo hanno visto aumentare il gap occupazionale dei migranti, non perché lavorino meno, ma perché l’occupazione dei nativi è cresciuta a ritmi più elevati. In Italia, ad esempio, il tasso di occupazione dei nativi è salito di 7 punti percentuali, quello dei migranti di soli 4. 

Figura 3 – Variazione del divario occupazionale tra nativi e migranti Ue e non-Ue (2015 – 2024)

La qualità del lavoro: il nodo irrisolto

L’accesso al mercato del lavoro è solo una dimensione dell’integrazione economica. A contare è anche la qualità del lavoro svolto. Da questo punto di vista, il decennio ha portato qualche miglioramento: la quota di migranti in professioni “elementari” (poco qualificate e scarsamente retribuite) è scesa dal 21,5 al 18,5 per cento, con una diminuzione del differenziale rispetto ai nativi (figura 4).

Figura 4 – Quota di migranti e nativi in occupazioni elementari nei paesi Ue-14, 2015 e 2024

D’altra parte, l’aumento dei migranti in occupazioni più qualificate (dirigenti, professionisti, tecnici) è stato analogo a quello dei nativi, lasciando il differenziale invariato (figura 5). 

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Figura 5 – Quota di migranti e nativi in occupazioni ad alta qualifica nei paesi Ue-14, 2015 e 2024

I passi successivi

Il decennio 2015-2024 consegna un’Europa in cui l’integrazione avanza, ma non abbastanza da ridurre i divari relativi con i nativi. Le politiche di integrazione hanno fin qui puntato sull’accesso al lavoro: il passo successivo deve riguardare la qualità dell’occupazione e la mobilità professionale verticale. Contano anche le differenze tra paesi: i mercati del lavoro europei assorbono i migranti in modo molto eterogeneo e le politiche devono tenerne conto. 

Se la migrazione deve contribuire a rispondere all’invecchiamento demografico e ai fabbisogni di manodopera dell’Europa, non è sufficiente che i migranti trovino un lavoro. Occorre che possano lavorare bene. Riconoscimento delle qualifiche straniere, formazione linguistica, accompagnamento nelle prime fasi di inserimento sono strumenti già discussi, ma poco sistematicamente applicati.

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